venerdì 17 luglio 2015

Il Congresso USA equipara i blogger alternativi sul web ai terroristi dell'ISIS . In Italia si prepara la "Psico Polizia"

L’udienza, organizzata dal “Comitato di Relazioni esterne della Camera”, era stata intitolata “Facendo fronte alla Militarizzazione dell’Informazione in Russia”, nel corso di questa si è accusato il network televisivo russo RT (Russia Today) che trasmette in molteplici paesi in varie lingue, di creare le “teorie della cospirazione” per diffondere la sua propaganda. Uno degli oratori che ha prestato la sua testimonianza è stata la ex presentatrice della RT, Liz Wahl, la quale un anno fa abbandonò la RT pubblicamente in diretta, in disaccordo con la linea seguita dal network. Sottolineando che internet fornisce una piattaforma per “voci marginali ed estremiste”, la Wahl ha caratterizzato le persone che sfidano la narrativa ufficiale trasmessa dagli USA, come parte di un “culto”. “Loro si mobilitano e si sentono parte di una lotta illuminata contro l’establishment…..cercano di trovare una piattaforma per esprimere i loro punti di vista frastornati”, ha detto la Wahl. Allo stesso modo la Wahl ha giustificato le denunce di Andrew Lack, capo della Giunta dei Governatori della Radiodiffusione (BBG), il quale ha affermato che la RT costituisce una minaccia dello stesso livello che l’ISIS e Boko Haram. “Mediante l’utilizzo di internet per mobilitare le persone che si sentono emarginate dalla società, RT gli fornisce un luogo dove possano trovare un senso di appartenenza, e questo è un problema. Wahl è passata a lamentare il fatto che i teorici della cospirazione stavano “condizionando le opinioni in internet e nelle reti sociali . Il web si è trasformato in un faro di disinformazione, false teorie, bloggers che cercano di farsi un nome e che non hanno alcuna responsabilità per la verità”. In realtà l’abbandono in diretta e tutta la successiva denuncia della Wahl , ampiamente pubblicizzata dai media USA,  era stato accuratamente predisposto dall’organizzazione Neo cons, “Foreign Policy Initiative” (FPI), che si occupa di contrastare le informazioni della RT ed altri media russi che trasmettono in inglese. Soltanto un’ ora dopo le sue dimissioni,  la Wahl è apparsa in una intervista esclusiva rilasciata al “The Daily Beast” tramite un tal James Kirchick, esponente dell’organismo neo con FPI che aveva preparato la “sceneggiata” delle dimissioni già da mesi prima (con cui la Wahl intratteneva una relazione sentimentale).  Niente di spontaneo quindi ma solo un episodio della guerra mediatica. 

Liz Wahl  
Liz Wahl

 Il presidente del Comitato, Ed Royce, è arrivato ad accusare le persone che pubblicano su You Tube di utilizzare la “violenza e le brutalità” per appoggiare le proprie teorie della cospirazione. Peter Pomerantsevm dell’Istituto “Legatum”, con sede a Londra, ha affermato che le teorie della cospirazione hanno spinto verso il successo di Marine Le Pen in Francia, prima di lamentarsi del fatto che le teorie della cospirazione stavano “sfidando l’ordine globale e minacciando di affossare le Istituzioni Globali”. Più in là della retorica incendiaria, la vera storia gira intorno al fatto che Washington si è vista sorpresa per la rapida crescita della RT, un organismo considerato di propaganda russa, contrario alla propaganda occidentale, cosa che ha portato personaggi come Hilary Clinton a riconoscere che gli USA stanno “perdendo la guerra dell’informazione”. 
 [youtube https://www.youtube.com/watch?v=m1p-E2xmpjA]  

Tutto questo realmente non ha nulla a che vedere con la difesa della verità che i grandi media di ispirazione statunitense pretendono di avere. Quello che accade in pratica è che un grande clan mafioso, costituito dall’apparato dei media atlantisti, finanziato dai grandi organismi finanziari, viene sfidato da altri gruppi di influenza che stanno guadagnando terreno. Coloro che avevano fino ad oggi il monopolio dell’informazione e la utilizzano per la manipolazione dell’ opinione pubblica e favorire interessi costituiti, oggi vengono sfidati sul loro stesso terreno e non si rassegneranno facilmente a perdere tale monopolio. Per quanto riguarda le voci libere di opinionisti e dei blogger sul web,  la tecnica che viene frequentemente utilizzata contro coloro i quali dissentono dalle narrazioni ufficiali, prima di arrivare ad una  censura sulle idee non conformi,  è quella, in un primo momento, di emarginarli dai media ufficiali, poi di indicarli come “complottisti” e metterli in ridicolo come sostenitori di astruse teorie (gli “illuminati” i “rettiliani”, gli extra terrestri, ecc.), infine si arriva alla fase della repressione in base a leggi speciali, opportunamente emanate, contro il negazionismo, il razzismo l’antisemitismo o direttamente con accuse di presunta collusione con il terrorismo. Queste tecniche sono state utilizzate ad esempio in Francia contro il comico Dieudonnè, accusato di antisemitismo per aver osato criticare la lobby israelita e la politica del governo, in Germania contro gli storici accusati di negazionismo ed anche contro un vescovo cattolico (Richard Williamson) Vedi: Aleteia –  Vedi: Il comico francese Dieudonnè condannato per apologia di terrorismo In Italia  si è arrivati ad attacchi giudiziari rinnovati contro  persone o aree del dissenso politico con accuse pretestuose  di presunto “odio razziale” , negazionismo,  omofobia ed altro. Vedi: Odio razziale e antisemitismo, 4 arresti. In manette ideologo di Stormfront . Durante il governo Monti ( fiduciario delle lobby finanziarie), il suo ministro Riccardi è arrivato ad affermare: “…..è ora di reprimere il dissenso politico più marcatamente identitario sul web , giungendo, oltre alla chiusura dei siti e della persecuzione giudiziaria dei relativi titolari, anche alla promulgazione di una legge che punisca anche i ..frequentatori di siti “.   Concetti analoghi  sono stati espressi anche dalla presidente della camera, Laura Boldrini, infastidita dalle voci dissidenti sul web. Questo è indicativo del tipo di repressione delle idee che si vuole predisporre da parte del sistema organico agli interessi delle centrali finanziarie. Tutto fa pensare che si procede a grandi passi verso la  predisposizione di  una “psicopolizia” ed un corpo speciale dei “guardiani del pensiero”. George Orwell lo aveva predetto ma la realtà supera le sue previsioni,  con un controllo strettissimo di tutti i mezzi di espressione. Si troverà un pretesto anche per abrogare l’art. 21 della Costituzione (quello della libertà di espressione), per “esigenze di sicurezza”, ci spiegheranno e diranno anche “l’Europa ce lo chiede”.  Allo stesso modo di come hanno abrogato di fatto gli articoli  sulla sovranità dello Stato e quelli  sul diritto al lavoro, non si tarderà a trovare un escamotage. Ci penserà il “fiorentino” a lanciare l’idea, magari durante la  prossima “Leopolda”. I sostenitori del “Pensiero Unico”, laico radicale e mondialista,  hanno già allo studio  la creazione di  un sistema di repressione di provata efficienza per sopprimere le libere opinioni non conformi, i conati di dissenso, le voci contro,  in barba ai proclami del “siamo tutti Charlie”. di Luciano Lago Fonti: Infowars.com     El Microlector

“The pulp magazine project”

“The pulp magazine project” è un archivio digitale ad accesso aperto dedicato allo studio e alla conservazione di una delle più influenti forme letterarie e artistiche del XX secolo : le riviste pulp, dai più svariati contenuti, che prendono il nome dalla peggiore carta, presa direttamente dalla polpa del legno. Il progetto fornisce anche informazioni sulla storia di questo importante, ma a lungo trascurato media, insieme con le biografie di autori pulp, artisti e le loro case editrici in un lasso di tempo che va dal 1896 al 1946.
 Cover Gallery

Fikafutura

Fikafutura n.1

Data uscita: 6 - 1997 Pagine 34. Prezzo 6000 lire. Formato (LxA): 210 mm. x 297 mm.

Recensione

di Fabrizio Pucci
Come potrete capire fin dal titolo, questa rivista non ha peli sulla lingua ed è curata quasi interamente da personaggi femminili. L'impostazione è tipica dei prodotti Shake, senza barriere culturali e senza vergogna nel proporre temi scomodi. L'oppressione del patriarcato, la situazione delle donne in rete, l'autodifesa femminile e la musica techno, sono alcuni dei temi affrontati in questo primo numero. Inoltre interessanti le interviste alla scrittrice Kathy Acker, a Flavia Alman e a Sabine Reiff. Simpatica la prima parte di un fumetto a colori realizzato nello stile "grafica poligonale" del computer.
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domenica 21 giugno 2015

Dal cyberfemminismo al postumano

“Il cyberfemminismo è anche una lotta per accrescere la consapevolezza dell’impatto provocato dalle nuove tecnologie sulla vita delle donne, e sulle insidie delle divisioni di genere della tecno cultura nella vita quotidiana. Il cyberspazio non esiste in un vuoto, ma è intimamente connesso alle numerose istituzioni del mondo reale e ai sistemi che fioriscono sulle divisioni e le gerarchie di genere” (CAE e Faith Wilding, Notes on the political condition of cyberfeminism)

Sub Rosa (USA): Vulva De/Re constructa (artists/producers: Faith Wilding, Christina Nguyen Hung, video, 2000, 9'19'') 
Sub Rosa (USA): Vulva De/Re constructa (artists/producers: Faith Wilding, Christina Nguyen Hung, video, 2000, 9'19'')


La situazione socio-politica degli ultimi anni ’80 innescò una riflessione sull’impatto delle innovazioni nelle telecomunicazioni e nella micro-elettronica. Donna Haraway, classe 1944, biologa, filosofa e ora Professore Emerito di Storia della Consapevolezza in California, iniziò in quegli anni ad occuparsi del rapporto tra il pensiero, le attività femminili e le nuove tecnologie. Nel 1991 pubblicò il saggio “Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature”, tradotto in italiano come “Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo”. Con un linguaggio dirompente e visionario, proponeva un’alternativa futurista, immaginando assemblaggi di corpi con innesti di hardware da cui sarebbero scaturiti tecnomostri mitologici. In parte esseri umani e in parte robot, ma senza il marchio del genere sessuale. In poco tempo il pensiero del Manifesto cyborg si diffuse in tutto il mondo e le cyberfemministe fecero breccia nell’immaginario tecnologico, dominio tradizionalmente maschile, resettando i codici culturali, destrutturando i canoni estetici e soprattutto scatenando la creatività.
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Un collettivo di videomaker e fotografe australiane militanti tra il 1991 e il 1997 fondò il collettivo VNS Matrix, presentandosi come «il virus del nuovo disordine mondiale, le terminator del codice morale». La novità stava nella tecnofilia che permeava le azioni e i proclami del gruppo, intento a dirottare i giocattoli dei tecnocowboys e rimappando il cyberspazio servendosi di quegli stessi giocattoli tecnologici. L’opera più nota del gruppo, All New Gen (1994) è un gioco interattivo che funziona come una parodia dei giochi vai e uccidi, in cui il partecipante deve sabotare la banca dati del Big Daddy Mainframe con l’aiuto delle DNA Sluts, una sorta di supereroine ibride con laser che sparano dai genitali. L’obiettivo era riuscire a riprogrammare il codice patriarcale tramite la diffusione del virus del nuovo disordine mondiale. Julianne Pierce, a diversi anni di distanza dallo scioglimento del gruppo, dichiarò: “Dietro il divertimento c’era soprattutto il desiderio di lottare per un maggiore coinvolgimento delle donne nella datasfera... ecco dove interviene il cyberfemminismo... Si tratta di diventare attivi e promuovere il cambiamento, se necessario in modo anche aggressivo. VNS Matrix non era per il separatismo, era perché si riconoscesse che la cybersfera non è uno spazio neutro, ma di privilegio politico e culturale.”

a00089_VNS Matrix - A Cyberfeminist Manifesto for the 21st Century_web

La rivendicazione dell’esperienza corporea e della sessualità femminile delle VNS Matrix ricorda quanto era già accaduto alla fine degli anni ‘60, con fenomeni come quello della cunt art (arte vaginale) e della goddess art (arte delle divinità femminili).
In Italia, il gruppo Cromosoma X rispose con il magazine Fikafutura ricco di argomentazioni che spaziavano dall'arte alla politica, sempre improntate di umorismo e sano cinismo uterino, come il grandioso fumetto "Feti in Faccia". Ovunque nel mondo, studiose, attiviste e artiste (da Sadie Plant a Rosi Braidotti, dalle Guerrilla Girls alle SubRosa) si confrontarono con le tecnoscienze, per disintegrare i ruoli femminili. Tutti movimenti pochissimo conosciuti e che varrebbe la pena approfondire. Pensandoci bene è possibile, se non più che probabile che il loro tanto dirompente quanto sotterraneo loro agire abbia permesso a una come me di potermi esprimere in tutti i modi che ho sperimentato in questi anni.

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Fondamentalmente i temi che avvicinavano tutte le attiviste e che sono ancora attuali sono quesiti come “Le nuove tecnologie, in particolare Internet, modificano la rappresentazione che le donne danno di sé?” e “In che modo il Web può contribuire a veicolare una immagine della donna affrancata dai vecchi stereotipi?”.
Le esponenti del cyberfemminismo furono tra le prime a riconoscere le potenzialità di questi strumenti, ma anche il pericolo in essi nascosto. L’obbiettivo primario fu quello di avvicinare le donne alle nuove tecnologie, affinché non ne fossero escluse e non restassero solo semplici spettatrici ma soggetti attivi in grado di creare nuove informazioni da diffondere nella rete e conseguentemente nel mondo.
Vent’anni dopo le technodiscepole la celebrano a modo loro: vedi Make More Monsters di Deborah Kelly (all’Artspace di Sidney), una serie di animazioni digitali, create insieme al pubblico, in cui gambe femminili sorreggono teste di mantide assassina. Le cyberfemministe continuano a esistere nell’ombra del cyberspazio in quella che io ormai definisco la nuova realtà. Che ci piaccia o no tutta la nostra vita si sta trasferendo nel web, la politica, la finanza, guerre e rivoluzioni, persino i sentimenti primari dell’uomo; amore e odio per non parlare del sesso. Noi stessi con i nostri blog, profili e quant’altro ne facciamo già massicciamente parte. Il postumano è iniziato.

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mercoledì 5 novembre 2014

True Detective




Rustin – Io mi considero una persona realista, ok? Ma in termini filosofici sono quello che si dice un pessimista.
Hart – Che significa?
Rustin – Che non sono uno spasso alle feste.
Hart – Lascia che te lo dica: non lo sei neanche in altre situazioni.
Rustin – Io penso che la coscienza umana sia stato un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un  aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale.
Hart – Sembra proprio una bella stronzata, Rust.
Rustin – Siamo dei semplici oggetti che si affannano inseguendo l’illusione di avere una coscienza. Quest’accrescimento dell’esperienza sensoriale e dei sentimenti, è programmato per darci l'assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti.
Hart – Non andrei in giro a dire queste stronzate, fossi in te. La gente da queste parti non la pensa così.
Rustin – E io credo che la cosa più onorevole per la nostra specie sia rifiutare la programmazione: smetterla di riprodurci, procedere mano nella mano verso l’estinzione. Un’ultima mezzanotte in cui fratelli e sorelle rinunciano a un trattamento iniquo.
Hart – Allora che senso ha alzarsi dal letto la mattina?
Rustin – Dico a me stesso che sono un testimone. Ma la vera risposta è che sono stato programmato così. E mi manca la disposizione al suicidio.

L’architettura dei loculi

Prima è toccato alla sepoltura dei morti. Ben resto toccherà a quella dei vivi. L’architettura ha assunto linee talmente essenziali da rendere superflua persino la vita all’interno di essa. Sì, linee essenziali, nessun timore di incorrere in un benché minimo decorativismo ma solo una sorta di nudità formale di linee e di spazi. Essenziale, pare essere il leitmotiv di questa generazione. Ma essenziali per che cosa? Per una vita senza distrazioni, senza motivi, senza desideri, senza superfluo, senza piacere. Essenziale. Respirare…forse, aria sempre più malsana. Cibarsi….forse, cibi sempre più sintetici. Cagare….forse, stipsi-dissenziente psico/anale. Scopare….forse, sempre più lontani dagli istinti primordiali. Essenziale, per una esistenza sterile, artificiosa e artificiale. Apparenza di linee pulite per nascondere il marciume che è in noi. Quella che in questi ultimi 100 anni si è andata delineando come purezza della forma sta assumendo i connotati della nostra perfetta gabbia, accettata, osannata e infine agognata. Nessuna imposizione, ma accademica richiesta, vista come necessaria e desiderata proposta della ragione. Il novecento, con le sue alternate vicende e dopo l’abbuffata straziante dell’eclettismo, ha dichiarato fortemente l’estraniazione dell’individuo a ogni forma di grazia e voluttà, prima con l’imposizione autoritaria di un ordine fascista poi con la sobria e responsabile ricostruzione del secondo dopoguerra per finire con la spogliazione totale dei valori riconosciuti incarnati dalle contestazioni giovanili degli anni sessanta. Ovviamente sto riducendo tutto ai minimi termini, all’essenziale appunto, perché l’argomento per essere affrontato con dignità richiederebbe uno studio oltremodo impegnativo sia nella stesura che nella lettura. Ma a parer mio è un bene che nella sua stringata forma se ne prenda coscienza a ragion del fatto che essa ci tocca da vicino. Mi spiego; oggi l’architettura ci propone la massima esposizione della nostra intimità con le sue enormi vetrate, le luci abbaglianti, i contrasti di bianco e nero in ambienti semi spogli. L’individuo all’interno del suo sempre più piccolo spazio vitale, che andrà infine via via assumendo la forma di un loculo, si predispone all’esposizione di se stesso. Non riconosce neppure una mancanza di privacy anzi, si compiace di cotanta attenzione. Sempre più distante uno dall’altro l’uomo moderno trova una rassicurante affermazione all’interno della società nell’esposizione massima della propria intimità. Facebook ne è un’ulteriore esempio. Loculi virtuali senza possibilità alcuna di ornamento, di abbellimento, di personalizzazione, giusto per confermare che siamo tutti uguali, per non creare disparità di approccio. Essenziale spazio destinato all’esibizione, spazi che andrebbero riempiti ma che svelano inesorabilmente il nostro disperato bisogno d’attenzione, conclamata prostituzione dell’insignificante vissuto di tutti noi. Così, nell’illusione di essere una persona, valutata dai “mi piace” e dai commenti al nostro vaneggiare, assume forma sostanziale l’architettura dei loculi a cui saremo destinati ancor da vivi.
Paolina


mercoledì 25 giugno 2014

Genialità e mercificazione dell'arte

Attitudine e situazione. Può un’opera d’arte esimersi da questa fortuita congiunzione? Le doti naturali di un individuo non sono l’unica prerogativa dell’artista. Esse devono anche trovarsi in una posizione favorevole, che può assumere connotati sia di carattere sociale che territoriale, inteso proprio come posizione geografica all’interno del pianeta Terra. Al giorno d’oggi per esempio non è più sufficiente avere capacità artistiche pari a quelle dei grandi maestri del rinascimento. Anzi è assai probabile che un artista dall’eccelsa mano sia completamente ignorato per prediligere e individuare genialità in una tela macchiata di colore, un’istallazione o un mero oggetto d’uso comune. Quindi la genialità è altamente influenzata dal periodo storico in cui essa si manifesta. Deve interpretare il presente e sorpassarlo con i mezzi che esso gli offre. Sarebbe stato impossibile per un uomo del medioevo costruire una navicella spaziale ma allo stesso tempo quell’uomo non avrebbe saputo cosa farsene di un tale strumento. Pertanto, immaginando in assurdo la possibilità che un nostro antenato medioevale potesse arrivare a tanto, sarebbe stato dai suoi contemporanei deriso o considerato pazzo, tutto tranne che geniale. Ecco perché poi spesso la pazzia viene associata alla genialità. In realtà a tutti quelli che circondano il genio mancano gli strumenti adatti per comprenderlo. Accade infatti molto di frequente che un personaggio venga considerato geniale anche molti anni dopo la sua morte e cioè quando si è raggiunta la capacità di capirlo. Per raggiungere vette di genialità comunque ci dobbiamo trovare in una condizione estranea al nostro libero arbitrio, un’esperienza quindi che ci troviamo a fare senza volerlo; può avvenire attraverso un percorso di studio e di ricerca, oppure no. Ma il vero genio si rende conto di ciò che gli sta succedendo? Il vero genio non riesce ad essere cosciente di aver superato un limite; per lui è qualcosa di normale, un colpo di fulmine forse ma sempre contestualizzato alla propria esperienza, al proprio pensiero o alla propria attitudine o tutto questo insieme. Probabilmente non siamo venuti a conoscenza di tutti i geni che hanno attraversato la nostra storia, e oltre ai geni includerei personalità artistiche di spicco, confinati nell’anonimato, dimenticati o più semplicemente ignorati. Al di là di questo ovvio assunto vi è però tutta una serie di genialità osannata e mistificata allo scopo di persuaderci a leggere la realtà in modo arbitrario. Uno degli esempi più conosciuti è il caso della teoria tolemaica contro quella copernicana, quest’ultima non tollerata dalla chiesa perché in contrasto con le sacre scritture. Se questo era vero in passato ancor di più lo è al giorno d’oggi. Restringiamo il campo alle arti figurative. Non ci è dato escludere l’esistenza di genialità incomprese che forse un domani sapremo riconoscere. Il mondo dell’arte – inteso come l’insieme di artisti, teorici, critici e curatori, regole istituzionali, riviste e pubblicazioni, spazi di produzione culturale (i musei) – non può essere valutato senza riflettere anche sulle logiche del capitalismo avanzato. Il potere totalizzante del sistema economico-politico-ideologico del giorno d’oggi mercifica ogni espressione d’arte; tanto più bravo è un artista quanto più riesce a vendersi a caro prezzo. “L’arte degli affari sta un gradino al di sopra dell’Arte. Ho iniziato da artista commerciale e voglio finire da artista degli affari. Dopo aver fatto quella cosa che si chiama “arte” o con qualunque altro nome la si voglia indicare, mi diedi all’arte degli affari. Dicevano: i soldi sono un male – lavorare è male. E invece fare soldi è arte, e gli affari ben fatti sono la migliore espressione d’arte. [...] Era sufficiente per me il fatto che l’arte fosse stata incanalata nel commercio, fuori dal chiuso di certi ambienti, dentro il mondo della realtà.” (Andy Warhol) Oggi il mecenate dell’arte è il mercato, cioè il denaro. La finanza decreta l’artista e il valore del suo manufatto che vengono scambiati, come qualsiasi altro strumento finanziario, nelle piazze d’affari internazionali. “Le opere d’arte, che rappresentano il punto più alto della produzione spirituale, incontreranno il favore della società borghese soltanto se saranno considerate capaci di generare direttamente ricchezza materiale.” Karl Marx Il vero genio oggi è colui che sa o ha le possibilità di vendersi meglio sul mercato. Un enunciato duro da digerire soprattutto per l’artista puro, cioè colui che fa arte per naturale inclinazione e che del mercato, del denaro e della finanza ha una visione così astratta da far sembrare un Mondrian un vero iper-realista. Vero è che questo è il riflesso di tutta la nostra società. La mercificazione investe ogni settore della nostra vita. E non è un fatto recente; parte già nell’ottocento ma in questo nostro periodo storico rasenta punte di autentica follia. Le avanguardie artistiche del novecento con i loro atteggiamenti di sfida e di provocazione, con lo sberleffo e la polemica vollero contestare il pubblico, la mercificazione della propria arte, prendendolo di mira perché ancora legato al gusto della tradizione e dunque “arretrato”, espressione della borghesia gretta e affarista del periodo. Ovviamente non sfugge agli autori di avanguardia più consapevoli il carattere ambiguo e impotente della propria rivolta: poiché anch’essi producono opere d’arte, queste saranno fatalmente destinate a essere vendute e neutralizzate dal mercato e dal museo. Pensiamo alla famosa “Merda d’artista” di Piero Manzoni; il mercato dell'arte contemporanea è stato pronto ad accettare letteralmente degli escrementi, purché in edizione numerata e garantita nella sua autenticità. Il corso dell’arte oggi mi preoccupa molto; la sua mercificazione sta diventando sempre più espressione di potere e gerarchia sociale all’interno di meccanismi di controllo dei cervelli e dei corpi degli essere umani. L’estetica si pone oggi come nuova frontiera di manipolazione della comunicazione e della vita e se gli artisti non sapranno sciogliersi da questi meccanismi sarà la fine non solo dell’arte ma della dignità di ogni essere umano.



Ucraina

La democrazia europea e statunitense ci offre la possibilità di commemorare i nostri morti del nazi/fascismo mentre finanzia, protegge e incrementa la stessa devastante ideologia.
Ciò che sta succedendo in Ucraina ebbe inizio con la “rivoluzione arancione” del 2004.
In quell’anno si tennero le elezioni presidenziali che videro la vittoria di Viktor Yanuchovyc, delfino di Leonid Kuchma, che era stato presidente dal 1994 al 2004, contro Viktor Yushchenko. Una tale vittoria siglava la continuità del potere filorusso in Ucraina. I nazionalisti ucraini contestarono il risultato del voto denunciando brogli elettorali. Per la prima volta nella sua storia, gli ucraini scesero in piazza a Kiev. Al collo avevano sciarpe arancioni e una dei suoi leader era Yulia Timoshenko. Si verificarono scioperi generali e veri e propri sit-ins. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta Yushchenko ne uscì vincitore, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante. Il nuovo presidente si insediò il 23 gennaio 2005. Al suo fianco, con la carica di primo ministro, Julija Volodymyrivna Tymošenko.
Dietro la questione della "frode elettorale" di quegli anni che scatenò la rivoluzione arancione vi erano diverse Ong che facevano capo al Dipartimento di Stato americano: la National Democratic Institute for International Affairs, la International Republican Institute, la Freedom House e la George Soros’s National Endowment for Democracy che operava in Ucraina già dal 1998. L’obiettivo era spostare l’asse geopolitico ucraino dalla sfera d’influenza russa a quella occidentale.(1)
La moglie di Viktor Yushchenko, Katerina Chumachenko, è cittadina degli Stati Uniti, figlia di immigrati ucraini. Suo padre, Michael Chumachenko, fu più stretto collaboratore del fondatore della setta religiosa della chiesa Native della Fede Nazionale Ucraina, una setta dai nebulosi contorni impegnata nella propaganda di idee neonaziste. Il Tempio della congrega era a Chicago, vicino all’organizzazione dei nazionalisti Ucraini “Alleanza Nazionale” nel 1989, rimossa da agenti dello FBI. Il suo padre spirituale invece fu Theodore Oberländer ex-capo del battaglione "Nachtigall" (2) con il quale partecipa alla Conferenza mondiale della Anti-Communist League "Pace, libertà e sicurezza". Nel 1946 Oberländer, durante il periodo di carcere negli USA come prigioniero di guerra, fu assunto dalla CIA come esperto in materia di politica dell’Europa orientale. Considerando il curriculum di Katerina sembrerebbe impossibile potesse arrivare a posizioni di rilievo in sede americana. Invece dal 1986 al 1988 è stata l'assistente del Segretario di stato George P. Schultz esperta in questioni umanitarie e in diritti umani (3). Dopo aver lasciato questa posizione fu inserita nello staff di Joint Economic Committee of the United States Congress. Sorprendente carriera per una neonazista di così saldi principi. Verrebbe da pensare che il personaggio era particolarmente promettente per essere inserito in ambienti di politica ucraina al soldo degli interessi americani. Guarda caso Katerina incontra su un aereo il capo della Banca Nazionale ucraina Viktor Yushchenko (tra l’altro di origine ebraica). Fu colpo di fulmine o un orchestrato progetto politico? Sta di fatto che nei primi anni novanta i due si sposarono e gli appoggi americani furono inseriti al centro del potere ucraino. Ma ritorniamo al 2004 e alla rivoluzione arancione.
George Soros’s National Endowment for Democracy (4) versò milioni di dollari di sovvenzioni alle associazioni pro Juščenko. Soprattutto istituì un’associazione di giovani col nome Pora ("è tempo") (5) sul modello di quello che aveva fatto con Otpor (6) in Serbia per rovesciare Slobodan Milosevic.

mercoledì 21 maggio 2014

Attenzione alla fondazione – tra politica e cultura

Non sono tanto i ricchi a far la beneficenza, quanto è la beneficenza che fa i ricchi. Oscar Wilde

Per costruire una casa ci vogliono solide fondamenta.
Per perorare una causa ci vogliono solide fondazioni.

Un enorme potere, senza paragoni è concentrato nelle mani di un gruppo di persone, perfettamente coordinato e con la tendenza a perpetuare se stesso. Diversamente dal potere nelle aziende, non è controllato dagli azionisti; diversamente dal potere del governo, non è sottoposto al controllo popolare; diversamente dal potere nelle chiese, non è controllato da alcun canone consolidato di valori. (0)

Vi sarà capitato di sentir parlare di queste Organizzazioni Non Governative (ONG) americane. Alcune, tra le più attive ancor oggi, sono di vecchia data, come l'American Enterprise Institute (Aei) fondata nel 1943, ma la gran parte sono di recente istituzione. Il loro peso a livello internazionale non va sottovalutato perché esse esercitano un enorme potere e un’influenza corrosiva all’interno di quella che noi ancor oggi abbiamo la pretesa di definire società democratica. 130122_thinktank

lunedì 19 maggio 2014

Guerra fredda culturale

Prima di approfondire il discorso sulle fondazioni americane, i “think tanks” e le ong, riguardo alle quali sto preparando un articolo, voglio riproporre un mio vecchio studio che tratta di questo argomento e di come esse ebbero grande influenza in Italia (ma in realtà in tutta l’Europa) già durante il dopoguerra. La fonte principale delle informazioni che andrete leggendo le ho tratte dal libro “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale” di Frances Stonor Saunders.

  Timson LSR 

 Vi è un’altra ragione piuttosto evidente per cui mi sono da tempo intestardita su questi argomenti. Innanzitutto l’appiattimento culturale in cui siamo sprofondati e il sentito bisogno, espresso su molti fronti, di nuovi intellettuali, figure centrali della storia della nostra modernità. Parliamo di coloro che con il loro scrivere e pensare hanno dato vita a campagne di pensiero contro chi tirava le fila del potere ma che, allo stesso tempo, non hanno mai rinunciato a criticare anche la loro stessa parte. In verità sono sempre più convinta che di uomini capaci, fecondi di nobili pensieri e di indirizzi ideologici ce ne siano moltissimi. Il problema è che non possono fare sentire la loro voce soverchiati come si trovano da una struttura ben consolidata di industria della cultura, preconfezionata a regola d’arte per manipolare la coscienza collettiva. "Guerra Fredda" (1945-1990), io la chiamerei la rivoluzione grigia, grigia come il bianco e nero delle tv che ci trasmettevano messaggi di catastrofi imminenti, con la paura costante di un conflitto mondiale. Grigia come la corsa agli armamenti nucleari, grigia come la cortina di ferro, la linea immaginaria di separazione dei paesi dell'Europa occidentale dagli stati socialisti dell'Europa dell'est. Grigia come le figure che l’hanno per forza di cose attraversata, gestita e condotta alla sua fine; gli agenti di intelligence americani.

The-Cold-War1 La giornalista inglese Francis Stonor Saunders ha pubblicato nel 2000 il libro “The Cultural Cold War: The CIA and the Worlds of Arts and Letters” (The New Press, New York 2000) parzialmente tradotto in italiano “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale” edito dalla Fazi nel 2007. Grazie a documenti recentemente desecretati e interviste esclusive, l'autrice fornisce la prova di una vera e propria "battaglia per la conquista delle menti" ingaggiata dalla CIA al fine di orientare la vita culturale dell'Occidente, dal richiamo del comunismo a quello a favore di posizioni più compatibili con l’american way of life, attraverso iniziative ambiziosissime: congressi, conferenze internazionali, festival musicali. Nel pieno della Guerra Fredda, il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse ad un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale, messo in atto con estrema riservatezza dalla CIA. L’atto fondamentale fu l’istituzione del Congress for Cultural Freedom (Congresso per la libertà della cultura), organizzato dall’agente Michael Josselson tra il 1950 ed il 1967. “La sua fama si era diffusa nelle conversazioni informali che si svolgevano tra gli uomini dei Servizi in Europa. Era il grande faccendiere, quello che riusciva a fare di tutto. Qualsiasi cosa. Se volevi attraversare il confine sovietico, cosa virtualmente teoricamente impossibile, Josselson riusciva a fartelo fare. Se ti serviva un’orchestra sinfonica, Josselson te la procurava.” (Stuart Hampshire, intervista, Oxford, dicembre 1997).

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