mercoledì 5 novembre 2014

True Detective




Rustin – Io mi considero una persona realista, ok? Ma in termini filosofici sono quello che si dice un pessimista.
Hart – Che significa?
Rustin – Che non sono uno spasso alle feste.
Hart – Lascia che te lo dica: non lo sei neanche in altre situazioni.
Rustin – Io penso che la coscienza umana sia stato un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un  aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale.
Hart – Sembra proprio una bella stronzata, Rust.
Rustin – Siamo dei semplici oggetti che si affannano inseguendo l’illusione di avere una coscienza. Quest’accrescimento dell’esperienza sensoriale e dei sentimenti, è programmato per darci l'assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti.
Hart – Non andrei in giro a dire queste stronzate, fossi in te. La gente da queste parti non la pensa così.
Rustin – E io credo che la cosa più onorevole per la nostra specie sia rifiutare la programmazione: smetterla di riprodurci, procedere mano nella mano verso l’estinzione. Un’ultima mezzanotte in cui fratelli e sorelle rinunciano a un trattamento iniquo.
Hart – Allora che senso ha alzarsi dal letto la mattina?
Rustin – Dico a me stesso che sono un testimone. Ma la vera risposta è che sono stato programmato così. E mi manca la disposizione al suicidio.

L’architettura dei loculi

Prima è toccato alla sepoltura dei morti. Ben resto toccherà a quella dei vivi. L’architettura ha assunto linee talmente essenziali da rendere superflua persino la vita all’interno di essa. Sì, linee essenziali, nessun timore di incorrere in un benché minimo decorativismo ma solo una sorta di nudità formale di linee e di spazi. Essenziale, pare essere il leitmotiv di questa generazione. Ma essenziali per che cosa? Per una vita senza distrazioni, senza motivi, senza desideri, senza superfluo, senza piacere. Essenziale. Respirare…forse, aria sempre più malsana. Cibarsi….forse, cibi sempre più sintetici. Cagare….forse, stipsi-dissenziente psico/anale. Scopare….forse, sempre più lontani dagli istinti primordiali. Essenziale, per una esistenza sterile, artificiosa e artificiale. Apparenza di linee pulite per nascondere il marciume che è in noi. Quella che in questi ultimi 100 anni si è andata delineando come purezza della forma sta assumendo i connotati della nostra perfetta gabbia, accettata, osannata e infine agognata. Nessuna imposizione, ma accademica richiesta, vista come necessaria e desiderata proposta della ragione. Il novecento, con le sue alternate vicende e dopo l’abbuffata straziante dell’eclettismo, ha dichiarato fortemente l’estraniazione dell’individuo a ogni forma di grazia e voluttà, prima con l’imposizione autoritaria di un ordine fascista poi con la sobria e responsabile ricostruzione del secondo dopoguerra per finire con la spogliazione totale dei valori riconosciuti incarnati dalle contestazioni giovanili degli anni sessanta. Ovviamente sto riducendo tutto ai minimi termini, all’essenziale appunto, perché l’argomento per essere affrontato con dignità richiederebbe uno studio oltremodo impegnativo sia nella stesura che nella lettura. Ma a parer mio è un bene che nella sua stringata forma se ne prenda coscienza a ragion del fatto che essa ci tocca da vicino. Mi spiego; oggi l’architettura ci propone la massima esposizione della nostra intimità con le sue enormi vetrate, le luci abbaglianti, i contrasti di bianco e nero in ambienti semi spogli. L’individuo all’interno del suo sempre più piccolo spazio vitale, che andrà infine via via assumendo la forma di un loculo, si predispone all’esposizione di se stesso. Non riconosce neppure una mancanza di privacy anzi, si compiace di cotanta attenzione. Sempre più distante uno dall’altro l’uomo moderno trova una rassicurante affermazione all’interno della società nell’esposizione massima della propria intimità. Facebook ne è un’ulteriore esempio. Loculi virtuali senza possibilità alcuna di ornamento, di abbellimento, di personalizzazione, giusto per confermare che siamo tutti uguali, per non creare disparità di approccio. Essenziale spazio destinato all’esibizione, spazi che andrebbero riempiti ma che svelano inesorabilmente il nostro disperato bisogno d’attenzione, conclamata prostituzione dell’insignificante vissuto di tutti noi. Così, nell’illusione di essere una persona, valutata dai “mi piace” e dai commenti al nostro vaneggiare, assume forma sostanziale l’architettura dei loculi a cui saremo destinati ancor da vivi.
Paolina


mercoledì 25 giugno 2014

Genialità e mercificazione dell'arte

Attitudine e situazione. Può un’opera d’arte esimersi da questa fortuita congiunzione? Le doti naturali di un individuo non sono l’unica prerogativa dell’artista. Esse devono anche trovarsi in una posizione favorevole, che può assumere connotati sia di carattere sociale che territoriale, inteso proprio come posizione geografica all’interno del pianeta Terra. Al giorno d’oggi per esempio non è più sufficiente avere capacità artistiche pari a quelle dei grandi maestri del rinascimento. Anzi è assai probabile che un artista dall’eccelsa mano sia completamente ignorato per prediligere e individuare genialità in una tela macchiata di colore, un’istallazione o un mero oggetto d’uso comune. Quindi la genialità è altamente influenzata dal periodo storico in cui essa si manifesta. Deve interpretare il presente e sorpassarlo con i mezzi che esso gli offre. Sarebbe stato impossibile per un uomo del medioevo costruire una navicella spaziale ma allo stesso tempo quell’uomo non avrebbe saputo cosa farsene di un tale strumento. Pertanto, immaginando in assurdo la possibilità che un nostro antenato medioevale potesse arrivare a tanto, sarebbe stato dai suoi contemporanei deriso o considerato pazzo, tutto tranne che geniale. Ecco perché poi spesso la pazzia viene associata alla genialità. In realtà a tutti quelli che circondano il genio mancano gli strumenti adatti per comprenderlo. Accade infatti molto di frequente che un personaggio venga considerato geniale anche molti anni dopo la sua morte e cioè quando si è raggiunta la capacità di capirlo. Per raggiungere vette di genialità comunque ci dobbiamo trovare in una condizione estranea al nostro libero arbitrio, un’esperienza quindi che ci troviamo a fare senza volerlo; può avvenire attraverso un percorso di studio e di ricerca, oppure no. Ma il vero genio si rende conto di ciò che gli sta succedendo? Il vero genio non riesce ad essere cosciente di aver superato un limite; per lui è qualcosa di normale, un colpo di fulmine forse ma sempre contestualizzato alla propria esperienza, al proprio pensiero o alla propria attitudine o tutto questo insieme. Probabilmente non siamo venuti a conoscenza di tutti i geni che hanno attraversato la nostra storia, e oltre ai geni includerei personalità artistiche di spicco, confinati nell’anonimato, dimenticati o più semplicemente ignorati. Al di là di questo ovvio assunto vi è però tutta una serie di genialità osannata e mistificata allo scopo di persuaderci a leggere la realtà in modo arbitrario. Uno degli esempi più conosciuti è il caso della teoria tolemaica contro quella copernicana, quest’ultima non tollerata dalla chiesa perché in contrasto con le sacre scritture. Se questo era vero in passato ancor di più lo è al giorno d’oggi. Restringiamo il campo alle arti figurative. Non ci è dato escludere l’esistenza di genialità incomprese che forse un domani sapremo riconoscere. Il mondo dell’arte – inteso come l’insieme di artisti, teorici, critici e curatori, regole istituzionali, riviste e pubblicazioni, spazi di produzione culturale (i musei) – non può essere valutato senza riflettere anche sulle logiche del capitalismo avanzato. Il potere totalizzante del sistema economico-politico-ideologico del giorno d’oggi mercifica ogni espressione d’arte; tanto più bravo è un artista quanto più riesce a vendersi a caro prezzo. “L’arte degli affari sta un gradino al di sopra dell’Arte. Ho iniziato da artista commerciale e voglio finire da artista degli affari. Dopo aver fatto quella cosa che si chiama “arte” o con qualunque altro nome la si voglia indicare, mi diedi all’arte degli affari. Dicevano: i soldi sono un male – lavorare è male. E invece fare soldi è arte, e gli affari ben fatti sono la migliore espressione d’arte. [...] Era sufficiente per me il fatto che l’arte fosse stata incanalata nel commercio, fuori dal chiuso di certi ambienti, dentro il mondo della realtà.” (Andy Warhol) Oggi il mecenate dell’arte è il mercato, cioè il denaro. La finanza decreta l’artista e il valore del suo manufatto che vengono scambiati, come qualsiasi altro strumento finanziario, nelle piazze d’affari internazionali. “Le opere d’arte, che rappresentano il punto più alto della produzione spirituale, incontreranno il favore della società borghese soltanto se saranno considerate capaci di generare direttamente ricchezza materiale.” Karl Marx Il vero genio oggi è colui che sa o ha le possibilità di vendersi meglio sul mercato. Un enunciato duro da digerire soprattutto per l’artista puro, cioè colui che fa arte per naturale inclinazione e che del mercato, del denaro e della finanza ha una visione così astratta da far sembrare un Mondrian un vero iper-realista. Vero è che questo è il riflesso di tutta la nostra società. La mercificazione investe ogni settore della nostra vita. E non è un fatto recente; parte già nell’ottocento ma in questo nostro periodo storico rasenta punte di autentica follia. Le avanguardie artistiche del novecento con i loro atteggiamenti di sfida e di provocazione, con lo sberleffo e la polemica vollero contestare il pubblico, la mercificazione della propria arte, prendendolo di mira perché ancora legato al gusto della tradizione e dunque “arretrato”, espressione della borghesia gretta e affarista del periodo. Ovviamente non sfugge agli autori di avanguardia più consapevoli il carattere ambiguo e impotente della propria rivolta: poiché anch’essi producono opere d’arte, queste saranno fatalmente destinate a essere vendute e neutralizzate dal mercato e dal museo. Pensiamo alla famosa “Merda d’artista” di Piero Manzoni; il mercato dell'arte contemporanea è stato pronto ad accettare letteralmente degli escrementi, purché in edizione numerata e garantita nella sua autenticità. Il corso dell’arte oggi mi preoccupa molto; la sua mercificazione sta diventando sempre più espressione di potere e gerarchia sociale all’interno di meccanismi di controllo dei cervelli e dei corpi degli essere umani. L’estetica si pone oggi come nuova frontiera di manipolazione della comunicazione e della vita e se gli artisti non sapranno sciogliersi da questi meccanismi sarà la fine non solo dell’arte ma della dignità di ogni essere umano.



Ucraina

La democrazia europea e statunitense ci offre la possibilità di commemorare i nostri morti del nazi/fascismo mentre finanzia, protegge e incrementa la stessa devastante ideologia.
Ciò che sta succedendo in Ucraina ebbe inizio con la “rivoluzione arancione” del 2004.
In quell’anno si tennero le elezioni presidenziali che videro la vittoria di Viktor Yanuchovyc, delfino di Leonid Kuchma, che era stato presidente dal 1994 al 2004, contro Viktor Yushchenko. Una tale vittoria siglava la continuità del potere filorusso in Ucraina. I nazionalisti ucraini contestarono il risultato del voto denunciando brogli elettorali. Per la prima volta nella sua storia, gli ucraini scesero in piazza a Kiev. Al collo avevano sciarpe arancioni e una dei suoi leader era Yulia Timoshenko. Si verificarono scioperi generali e veri e propri sit-ins. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta Yushchenko ne uscì vincitore, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante. Il nuovo presidente si insediò il 23 gennaio 2005. Al suo fianco, con la carica di primo ministro, Julija Volodymyrivna Tymošenko.
Dietro la questione della "frode elettorale" di quegli anni che scatenò la rivoluzione arancione vi erano diverse Ong che facevano capo al Dipartimento di Stato americano: la National Democratic Institute for International Affairs, la International Republican Institute, la Freedom House e la George Soros’s National Endowment for Democracy che operava in Ucraina già dal 1998. L’obiettivo era spostare l’asse geopolitico ucraino dalla sfera d’influenza russa a quella occidentale.(1)
La moglie di Viktor Yushchenko, Katerina Chumachenko, è cittadina degli Stati Uniti, figlia di immigrati ucraini. Suo padre, Michael Chumachenko, fu più stretto collaboratore del fondatore della setta religiosa della chiesa Native della Fede Nazionale Ucraina, una setta dai nebulosi contorni impegnata nella propaganda di idee neonaziste. Il Tempio della congrega era a Chicago, vicino all’organizzazione dei nazionalisti Ucraini “Alleanza Nazionale” nel 1989, rimossa da agenti dello FBI. Il suo padre spirituale invece fu Theodore Oberländer ex-capo del battaglione "Nachtigall" (2) con il quale partecipa alla Conferenza mondiale della Anti-Communist League "Pace, libertà e sicurezza". Nel 1946 Oberländer, durante il periodo di carcere negli USA come prigioniero di guerra, fu assunto dalla CIA come esperto in materia di politica dell’Europa orientale. Considerando il curriculum di Katerina sembrerebbe impossibile potesse arrivare a posizioni di rilievo in sede americana. Invece dal 1986 al 1988 è stata l'assistente del Segretario di stato George P. Schultz esperta in questioni umanitarie e in diritti umani (3). Dopo aver lasciato questa posizione fu inserita nello staff di Joint Economic Committee of the United States Congress. Sorprendente carriera per una neonazista di così saldi principi. Verrebbe da pensare che il personaggio era particolarmente promettente per essere inserito in ambienti di politica ucraina al soldo degli interessi americani. Guarda caso Katerina incontra su un aereo il capo della Banca Nazionale ucraina Viktor Yushchenko (tra l’altro di origine ebraica). Fu colpo di fulmine o un orchestrato progetto politico? Sta di fatto che nei primi anni novanta i due si sposarono e gli appoggi americani furono inseriti al centro del potere ucraino. Ma ritorniamo al 2004 e alla rivoluzione arancione.
George Soros’s National Endowment for Democracy (4) versò milioni di dollari di sovvenzioni alle associazioni pro Juščenko. Soprattutto istituì un’associazione di giovani col nome Pora ("è tempo") (5) sul modello di quello che aveva fatto con Otpor (6) in Serbia per rovesciare Slobodan Milosevic.

mercoledì 21 maggio 2014

Attenzione alla fondazione – tra politica e cultura

Non sono tanto i ricchi a far la beneficenza, quanto è la beneficenza che fa i ricchi. Oscar Wilde

Per costruire una casa ci vogliono solide fondamenta.
Per perorare una causa ci vogliono solide fondazioni.

Un enorme potere, senza paragoni è concentrato nelle mani di un gruppo di persone, perfettamente coordinato e con la tendenza a perpetuare se stesso. Diversamente dal potere nelle aziende, non è controllato dagli azionisti; diversamente dal potere del governo, non è sottoposto al controllo popolare; diversamente dal potere nelle chiese, non è controllato da alcun canone consolidato di valori. (0)

Vi sarà capitato di sentir parlare di queste Organizzazioni Non Governative (ONG) americane. Alcune, tra le più attive ancor oggi, sono di vecchia data, come l'American Enterprise Institute (Aei) fondata nel 1943, ma la gran parte sono di recente istituzione. Il loro peso a livello internazionale non va sottovalutato perché esse esercitano un enorme potere e un’influenza corrosiva all’interno di quella che noi ancor oggi abbiamo la pretesa di definire società democratica. 130122_thinktank

lunedì 19 maggio 2014

Guerra fredda culturale

Prima di approfondire il discorso sulle fondazioni americane, i “think tanks” e le ong, riguardo alle quali sto preparando un articolo, voglio riproporre un mio vecchio studio che tratta di questo argomento e di come esse ebbero grande influenza in Italia (ma in realtà in tutta l’Europa) già durante il dopoguerra. La fonte principale delle informazioni che andrete leggendo le ho tratte dal libro “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale” di Frances Stonor Saunders.

  Timson LSR 

 Vi è un’altra ragione piuttosto evidente per cui mi sono da tempo intestardita su questi argomenti. Innanzitutto l’appiattimento culturale in cui siamo sprofondati e il sentito bisogno, espresso su molti fronti, di nuovi intellettuali, figure centrali della storia della nostra modernità. Parliamo di coloro che con il loro scrivere e pensare hanno dato vita a campagne di pensiero contro chi tirava le fila del potere ma che, allo stesso tempo, non hanno mai rinunciato a criticare anche la loro stessa parte. In verità sono sempre più convinta che di uomini capaci, fecondi di nobili pensieri e di indirizzi ideologici ce ne siano moltissimi. Il problema è che non possono fare sentire la loro voce soverchiati come si trovano da una struttura ben consolidata di industria della cultura, preconfezionata a regola d’arte per manipolare la coscienza collettiva. "Guerra Fredda" (1945-1990), io la chiamerei la rivoluzione grigia, grigia come il bianco e nero delle tv che ci trasmettevano messaggi di catastrofi imminenti, con la paura costante di un conflitto mondiale. Grigia come la corsa agli armamenti nucleari, grigia come la cortina di ferro, la linea immaginaria di separazione dei paesi dell'Europa occidentale dagli stati socialisti dell'Europa dell'est. Grigia come le figure che l’hanno per forza di cose attraversata, gestita e condotta alla sua fine; gli agenti di intelligence americani.

The-Cold-War1 La giornalista inglese Francis Stonor Saunders ha pubblicato nel 2000 il libro “The Cultural Cold War: The CIA and the Worlds of Arts and Letters” (The New Press, New York 2000) parzialmente tradotto in italiano “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale” edito dalla Fazi nel 2007. Grazie a documenti recentemente desecretati e interviste esclusive, l'autrice fornisce la prova di una vera e propria "battaglia per la conquista delle menti" ingaggiata dalla CIA al fine di orientare la vita culturale dell'Occidente, dal richiamo del comunismo a quello a favore di posizioni più compatibili con l’american way of life, attraverso iniziative ambiziosissime: congressi, conferenze internazionali, festival musicali. Nel pieno della Guerra Fredda, il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse ad un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale, messo in atto con estrema riservatezza dalla CIA. L’atto fondamentale fu l’istituzione del Congress for Cultural Freedom (Congresso per la libertà della cultura), organizzato dall’agente Michael Josselson tra il 1950 ed il 1967. “La sua fama si era diffusa nelle conversazioni informali che si svolgevano tra gli uomini dei Servizi in Europa. Era il grande faccendiere, quello che riusciva a fare di tutto. Qualsiasi cosa. Se volevi attraversare il confine sovietico, cosa virtualmente teoricamente impossibile, Josselson riusciva a fartelo fare. Se ti serviva un’orchestra sinfonica, Josselson te la procurava.” (Stuart Hampshire, intervista, Oxford, dicembre 1997).

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mercoledì 7 maggio 2014

Ucraina

Ucraina

La democrazia europea e statunitense ci offre la possibilità di commemorare i nostri morti del nazi/fascismo mentre finanzia, protegge e incrementa la stessa devastante ideologia.

Ciò che sta succedendo in Ucraina ebbe inizio con la “rivoluzione arancione” del 2004.
In quell’anno si tennero le elezioni presidenziali che videro la vittoria di Viktor Yanuchovyc, delfino di Leonid Kuchma, che era stato presidente dal 1994 al 2004, contro Viktor Yushchenko. Una tale vittoria siglava la continuità del potere filorusso in Ucraina. I nazionalisti ucraini contestarono il risultato del voto denunciando brogli elettorali. Per la prima volta nella sua storia, gli ucraini scesero in piazza a Kiev. Al collo avevano sciarpe arancioni e una dei suoi leader era Yulia Timoshenko. Si verificarono scioperi generali e veri e propri sit-ins. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta Yushchenko ne uscì vincitore, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante. Il nuovo presidente si insediò il 23 gennaio 2005. Al suo fianco, con la carica di primo ministro, Julija Volodymyrivna Tymošenko.
Dietro la questione della "frode elettorale" di quegli anni che scatenò la rivoluzione arancione vi erano diverse Ong che facevano capo al Dipartimento di Stato americano: la National Democratic Institute for International Affairs, la International Republican Institute, la Freedom House e la George Soros’s National Endowment for Democracy che operava in Ucraina già dal 1998. L’obiettivo era spostare l’asse geopolitico ucraino dalla sfera d’influenza russa a quella occidentale.(1)
La moglie di Viktor Yushchenko, Katerina Chumachenko, è cittadina degli Stati Uniti, figlia di immigrati ucraini. Suo padre, Michael Chumachenko, fu più stretto collaboratore del fondatore della setta religiosa della chiesa Native della Fede Nazionale Ucraina, una setta dai nebulosi contorni impegnata nella propaganda di idee neonaziste. Il Tempio della congrega era a Chicago, vicino all’organizzazione dei nazionalisti Ucraini “Alleanza Nazionale” nel 1989, rimossa da agenti dello FBI. Il suo padre spirituale invece fu Theodore Oberländer ex-capo del battaglione "Nachtigall" (2) con il quale partecipa alla Conferenza mondiale della Anti-Communist League "Pace, libertà e sicurezza". Nel 1946 Oberländer, durante il periodo di carcere negli USA come prigioniero di guerra, fu assunto dalla CIA come esperto in materia di politica dell’Europa orientale. Considerando il curriculum di Katerina sembrerebbe impossibile potesse arrivare a posizioni di rilievo in sede americana. Invece dal 1986 al 1988 è stata l'assistente del Segretario di stato George P. Schultz esperta in questioni umanitarie e in diritti umani (3). Dopo aver lasciato questa posizione fu inserita nello staff di Joint Economic Committee of the United States Congress. Sorprendente carriera per una neonazista di così saldi principi. Verrebbe da pensare che il personaggio era particolarmente promettente per essere inserito in ambienti di politica ucraina al soldo degli interessi americani. Guarda caso Katerina incontra su un aereo il capo della Banca Nazionale ucraina Viktor Yushchenko (tra l’altro di origine ebraica). Fu colpo di fulmine o un orchestrato progetto politico? Sta di fatto che nei primi anni novanta i due si sposarono e gli appoggi americani furono inseriti al centro del potere ucraino. Ma ritorniamo al 2004 e alla rivoluzione arancione.
George Soros’s National Endowment for Democracy (4) versò milioni di dollari di sovvenzioni alle associazioni pro Juščenko. Soprattutto istituì un’associazione di giovani col nome Pora ("è tempo") (5) sul modello di quello che aveva fatto con Otpor (6) in Serbia per rovesciare Slobodan Milosevic.
Dall’altra parte Putin non restò certo a guardare ma non dimentichiamoci la matrice di stampo nazista che gli americani stavano sostenendo sbandierando a tutto l’occidente la bandiera della democrazia. Gli interessi in ballo sono molteplici; l’Ucraina resta una pedina fondamentale dello scacchiere geopolitico internazionale e specialmente nei rapporti tra l’Europa e la Russia. Innanzitutto il controllo dei gasdotti e la possibilità di influire sul prezzo del gas. Per la Russia è fondamentale controllare i gasdotti ucraini per continuare a giocare in posizione di vantaggio la partita del gas con l’Europa. Per i paesi europei la sicurezza energetica dipende, oggi, in buona misura da Mosca.
Lo sbocco sul Mar Nero, fondamentale per la Russia che non ha più porti dal pescaggio sufficiente ad ancorare la sua flotta mercantile e da guerra. Attualmente a Sebastopoli, in Crimea, si trova ancorata la flotta da guerra russa in base a un accordo firmato tra Yanukovich e Putin.
La Crimea è al centro degli interessi del Cremlino e le spinte autonomiste vanno viste come un tentativo di Mosca di tornare a controllare la regione. Il Mar Nero e l’accesso al Mediterraneo sono strategici per la Russia. Senza l’Ucraina il peso geopolitico della nazione sarebbe ridotto, ed è per questo che gli Stati Uniti sono da sempre interessati alle vicende ucraine.
Sta di fatto che le elezioni del 2005, volute dopo la denuncia di brogli elettorali, e a seguito delle rivendicazioni popolari in quella che venne definita rivoluzione arancione, videro salire al governo Viktor Yushenko. Al suo fianco Yulia Timoshenko.  In quei cinque anni di governo la diplomazia ucraina ha intensificato il dialogo sull’aspirazione del paese a diventare membro della NATO. Nel 2008, il vertice di Bucarest diede il via libera per la sua entrata. Nel 2009, Kiev firmò un accordo che consentì il transito terreno in Ucraina dei rifornimenti per le forze della NATO in Afghanistan.
Nel frattempo la Nato riuscì a tessere una rete di legami all’interno delle forze armate ucraine. Alti ufficiali partecipano da anni a corsi del Nato Defense College a Roma e a Oberammergau (Germania), su temi riguardanti l’integrazione delle forze armate ucraine con quelle Nato. Nello stesso quadro si inserisce l’istituzione, presso l’Accademia militare ucraina, di una nuova «facoltà multinazionale» con docenti Nato. Notevolmente sviluppata anche la cooperazione tecnico-scientifica nel campo degli armamenti per facilitare, attraverso una maggiore interoperabilità, la partecipazione delle forze armate ucraine a «operazioni congiunte per la pace» a guida Nato. Inoltre, dato che «molti ucraini mancano di informazioni sul ruolo e gli scopi dell’Alleanza e conservano nella propria mente sorpassati stereotipi della guerra fredda», la Nato istituisce a Kiev un Centro di informazione che organizza incontri e seminari e anche visite di «rappresentanti della società civile» al quartier generale di Bruxelles. (7)

martedì 6 maggio 2014

The Weather Underground

«Ogni generazione ha l’occasione di guidare il proprio tempo. Mi rende triste che la mia abbia talmente corrotto questa epoca impedendo ai giovani di avere un futuro. I momenti di ribellione non finiranno mai » (Robert Redford).
 Avete visto “La regola del silenzio - The Company You Keep” film del 2012 di e con Robert Redford? Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gordon del 2003 che recupera dalla memoria storica statunitense le vicende legate al gruppo dei Weather Underground. La storia raccontata è frutto della fantasia dell’autore ma ha il pregio di stimolare una riflessione apprezzabile e non banale sugli errori, i fallimenti ma anche le ragioni del diffuso e variegato movimento attivista che, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, si oppose in particolare alla politica estera interventista del governo statunitense. Ma chi erano i Weather Underground?

Il simbolo dei Weather Underground
Il simbolo dei Weather Underground


 Nella tarda primavera del 1962, cinque dozzine di studenti universitari, noti come Students for a Democratic Society (SDS), si riunirono per quattro giorni e quattro notti in un campeggio sul lago vicino a Port Huron, Michigan, per discutere di politica.

A Students for a Democratic Society national council meeting in Bloomington, Ind., A Students for a Democratic Society national council meeting in Bloomington, Ind. Venne concordata una piattaforma politica sulla quale si espressero i sentimenti di tutti i partecipanti. Questo manifesto, uno dei documenti cardine della politica del 1960, divenne noto come la Dichiarazione di Port Huron. L'obiettivo fissato nel Port Huron Statement fu la creazione di un movimento politico democratico radicalmente nuovo negli Stati Uniti, che rifiutava la gerarchia e la burocrazia. Nei suoi punti più importanti, il documento richiedeva la "democrazia partecipativa" - diretto coinvolgimento dell'individuo nelle decisioni che interessano la loro vita. Questa nozione sarebbe diventata il grido di battaglia del movimento studentesco negli anni a venire - un movimento che divenne noto come la Nuova Sinistra (The New Left).

giovedì 1 maggio 2014

Rivoluzionari senza rivoluzioni

cartel_dinA2_foto2Ho iniziato queste ricerche allo scopo di comprendere il movimento 15-M, gli Indignati per intenderci (15-M da 15 maggio 2011 quando sono iniziate le proteste in Spagna), non pensando che mi sarei spinta così lontano. Ogni tassello conquistato apre una serie di altre ramificazione su un passato vicino e lontano che coinvolge genti e popoli di ogni parte del mondo.

  Nel 1976 il prof. Sharp (1) aveva fatto un incontro importante, imbattendosi in Peter Ackerman, una figura rivelatasi nel tempo davvero determinante per la diffusione delle sue idee ed il successo della strategia non violenta da lui propugnata. Proprio Sharp era stato infatti il relatore della tesi in relazioni internazionali sugli Aspetti strategici dei movimenti di resistenza non violenti che il promettente Ackerman aveva presentato alla prestigiosa Fletcher School of Law and Diplomacy, dove aveva in tal modo conseguito il PhD.  
 Ackerman intraprese poi una brillante carriera nel mondo dell'alta finanza speculativa, quella dei junk bonds, gli strumenti finanziari "spazzatura" che hanno permesso a lui di guadagnare, si dice, oltre 100 milioni di dollari l'anno per oltre un decennio e che hanno robustamente contribuito alla crisi dei subprime apertasi dall'estate 2007. Mentre il suo primo socio, Michael Milken, avrebbe poi avuto seri problemi giudiziari per le sue speculazioni finanziarie, Ackerman ha proseguito con successo la sua carriera di finanziere, che gli avrebbe anche consentito di diventare per anni, con contributi da lui definiti "a otto cifre", il principale finanziatore dell'organizzazione costituita da Sharp nel 1983, la Albert Einstein Institution (AEI).

mercoledì 30 aprile 2014

I film italiani che hanno vinto l’Oscar

Non scrivo quasi mai di cinematografia benché io sia fin dall’infanzia un’appassionata divoratrice di film e per hobby mi diletti come sceneggiatrice e regista teatrale. Però qualcosa su “La grande bellezza” la voglio dire, anche se si è già scritto di tutto e ogni rivista, sito, blogger o facebookiano ne ha parlato, come è giusto che sia. Il film l’ho visto lo scorso autunno e il mio giudizio è rimasto inalterato da allora. Mi colpì perché centrava appieno il mondo dell’arte e della cultura in generale finalmente smascherandola e riducendola alla brutale inconsistenza che essa si merita nella realtà dei nostri giorni. “La grande bellezza” è per me uno splendido e allo stesso tempo angosciante spaccato di una generazione fallita, la mia, che reduce da presunti gloriosi intellettuali passati si rimescola in sfarzose vasche di inutilità. Ecco perché disturba, ecco perché non piace; perché tocca sul vivo proprio chi ruota attorno al mondo delle recensioni e d’arte varia. I presunti artisti e i critici. Quest’ultimi poi autorizzati ad innalzare sul trono della celebrità, del successo, anche il più stolto cretino e acclamarlo come un dio, relegando spesso nell’oblio i più meritevoli. Ma si sa, è così che funziona in tutti i campi, soprattutto in Italia, ma non solo. L’arte è il riflesso di quello che siamo diventati, il riflesso della nostra società, ma è anche molto di più. E’ quello che vogliono farci essere. In parte questo film cerca di spiegarlo.

Gambardella era un uomo di talento, quando ancora viveva di sentimenti veri, di amore, di voglia di crescere e anche di cambiare il mondo. Poi però finisce con lo svendere il proprio lavoro per inseguire facili guadagni e frivoli piaceri. Si lascia comprare e la sua arte scade nella banalità trasformando il potere creativo della sua fragilità in arroganza e presunzione. Quanti intellettuali possiamo dire si trascinano in tale squallido sistema? Moltissimi, ma peggio ancora gran parte di loro il talento non l’hanno mai avuto. Ma ovviamente il film non è solo questo; abbraccia derive che spaziano anche nel campo della medicina e persino della religione. Il grande baraccone del jet set capitolino nel quale puoi leggere, dietro ogni finto sorriso, l’horror vacui interiore che lacera le carni ancor più dei tanti combattuti segni inevitabili dell’età che avanza. E non è una prerogativa solo italiana, anche se è verissimo che proprio qui, dopo vent’anni di imbarbarimento berlusconiano, abbiamo raggiunto livelli di volgarità e bassezza mai visti prima. Raccontarlo nella nostra capitale lo rende magnificamente eccessivo per sua stessa natura. Dopo la vincita dell’Oscar e il moltiplicarsi delle critiche negative mi è venuta la curiosità di andare a vedere se anche gli altri film italiani, che hanno in passato vinto come miglior pellicola straniera, avevano ricevuto in patria lo stesso trattamento.  Così ne ho fatto un breve sunto con quello che ho trovato in rete. P.S.: Sorrentino a sentirlo non sembra particolarmente colto, anche se si rivolge soprattutto ad un pubblico colto. Credo comunque che risieda proprio in questo particolare la sua grande bellezza/grandezza. Ricordiamoci poi che il nostro paese è una fucina di veri artisti in ogni campo. Purtroppo ognuno di loro, di questi tempi, è costretto a ricavarsi uno spazio d’aria fresca scavando tra il letame prodotto dal porcilaio dell’élite imperante. Mi piace pensare che il film di Sorrentino, soprattutto dopo aver vinto l’Oscar, perché prima non se lo filava nessuno, possa dare inizio a un risveglio morale. Così come fa Gambardella che lascia tutto per ritrovare le proprie radici, alla ricerca di quell’uomo che era stato quale antidoto alle piaghe che il successo immeritato gli aveva lasciato. Un altro grande film di cui però si è parlato pochissimo e che racconta uno spaccato della nostra società che io nemmeno immaginavo potesse esistere, o per lo meno non ad un tale livello di bassezza, è Reality di Matteo Garrone.


1947 Premio Oscar  
“Sciuscià”, Vittorio De Sica (1946)
In Italia fu un flop sia commerciale che critico. Gli spettatori dell’epoca preferivano film hollywoodiani con il finale sempre positivo “ e vissero tutti felici e contenti”. La critica italiana accusò De Sica di aver usato, mettendola troppo in evidenza, la sfortuna dei poveri.
sciusci1946poster

martedì 29 aprile 2014

Beat Generation

La Beat generation fu un movimento artistico, poetico e letterario sviluppatosi dal secondo dopoguerra (1947 circa) a fine anni cinquanta, negli Stati Uniti.



Oltre alla figura di Allen Ginsberg, tra gli autori di riferimento beat troviamo i compagni e amici Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer, che gravitavano prima attorno alla Columbia University, poi attorno alla Lights Books.
Il movimento è sostanzialmente frutto di un'utopia che nasce all'interno di questo gruppo di amici, amanti della letteratura e completamente saturi della società che vivono, delle regole, dei tabù. I beat vogliono scappare, viaggiare, far l'autostop fino a dove possono arrivare, ma non per un senso di fuga dalle responsabilità, ma per trovarsi da soli nuove regole e stili di vita. Da qui viene l'avvicinamento alla spiritualità Zen, al cattolicesimo, al taoismo che tanto viene approfondito, discusso e rimodellato in un'ottica beat; ma da qui viene anche l'abuso di sostanze stupefacenti, di alcol per trovare un nuovo sistema di regole, per sedare la sofferenza e per riunire l'io e il Tutto.
Il termine beat viene coniato da Jack Kerouac nel 1947, in una conversazione con John Clellon Holmes durante la quale, parlando delle generazioni passate e non volendo attribuire nessuna definizione alla propria, Kerouac disse: "Ah, questa qui non è che una Beat generation". La conversazione fu pubblicata nel 1952 sul "New York Times Magazine" con il titolo This is the Beat generation , che attirò l’attenzione del pubblico e ne consacrò la nascita ufficiale.
Beat è un termine che assume molteplici significati già in inglese, ed in italiano è tradotto e spiegato in varie accezioni. Beat come beatitudine (Beatitude), la salvezza ascetica ed estatica dello spiritualismo Zen, ma anche il misticismo indotto dalle droghe più svariate, dall'alcol, dall'incontro carnale e frenetico, dal parlare incessantemente, sviscerando tutto ciò che la mente racchiude. Beat come battuto, sconfitto in partenza. La sconfitta inevitabile che viene dalla società, dalle sue costrizioni, dagli schemi imposti ed inattaccabili. Beat come richiamo alla vita libera e alla consapevolezza dell'istante.

Beat come ribellione. Beat come battito. Beat come ritmo. Quello della musica jazz, che si ascolta in quegli anni, quello del be bop, quello della cadenza dei versi nelle poesie. Beat è la scoperta di sé stessi, della vita sulla strada, del sesso liberato dai pregiudizi, della droga, dei valori umani, della coscienza collettiva. Beat non è politica però, nonostante molti movimenti abbiano origine da questa fonte. Beat non è religione, nonostante sia forte la componente religiosa in questo gruppo. Beat è libertà di essere sconfitti, ma molto più probabilmente beat è uno dei tanti termini che non ha un vero significato semantico, ma più un significato mistico, insito nell'anima battuta, beata, ritmata, ribelle di quella generazione.

Una nuova forma di ribellione che nasce dai movimenti intellettuali e si espande nella società come un virus, come una malattia infettiva, è ciò che abbiamo disperatamente bisogno oggi, con le modalità e i ritmi contemporanei, che sappia entrare e impossessarsi delle nostre anime; il momento è propizio per nuovi inizi, per nuovi battiti e nuove idee……..attendo con ansia….


"Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati"
"Dove andiamo?"
"Non lo so , ma dobbiamo andare"
(J. Kerouac, On the road)
"Beat è il viaggio dantesco, il beat è Cristo, il beat è Ivan, il beat è qualunque uomo, qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato"
(G. Corso)



lunedì 28 aprile 2014

L’urlo

1955 – La American Civil Liberties Union (ACLU), organizzazione non governativa orientata a difendere i diritti civili e le libertà individuali negli Stati Uniti, annuncia che sosterrà il poeta ed editore Lawrence Ferlinghetti che si appresta a pubblicare il poema “Howl” (L’urlo) di Allen Ginsberg. Ne seguirà un caso giudiziario che si concluderà positivamente 2 anni dopo.
Questo volumetto di poesie è diventato uno dei testi sacri della Beat Generation. (In fondo due filmati. Nel primo l’attore John Tuturro recita “Howl” in lingua originale. Il secondo è lo stesso filmato con Turturro doppiato in italiano)
Ginsberg lesse per la prima volta “Howl” a San Francisco, quindi Ferlinghetti fece pubblicare l’opera dalla sua casa editrice City Lights.La pubblicazione creò non pochi problemi al suo coraggioso editore: il libro venne messo al bando per oscenità e Ferlinghetti venne arrestato con l’accusa di vendita e diffusione di materiale osceno. Il 1956 fu l’anno del processo a “Howl” che si concluse, grazie al sostegno legale determinante dell’ACLU, con una storica vittoria di Ferlinghetti: il giudice riconobbe al poema una “importanza sociale riedificante” che ne riscattava ogni presunta oscenità; fu una pietra miliare nella lotta per la libertà di stampa, che fornì un precedente legale per la pubblicazione di tutta una serie di titoli ancora sotto censura nell’America maccartista.
“Howl” è un componimento, che risente dell’influenza di Whitman ed è scritto con un verso ritmato che ha la cadenza della lingua parlata, in cui il poeta rivive le sue crude esperienze, dal ricovero in un ospedale psichiatrico, all’uso delle droghe e all’omosessualità.
Il poema è suddiviso in tre parti più una nota addizionale.
La Parte I è la più conosciuta, e descrive scene, personaggi e situazioni tratte dall’esperienza dell’autore e di quelle della comunità di poeti, artisti, politici radicali, musicisti jazz, drogati e pazienti psichiatrici che egli aveva incontrato.
La Parte II è un lamento nei confronti dello stato americano, richamata come ‘Moloch’ nel poema. Ginsberg fu ispirato a scrivere la Parte II quando vide un hotel in forma di mostro che chiamò Moloch durante una visione provocata dal peyote e gran parte della sezione stessa fu scritta sotto l’influenza di questo allucinogeno.
La Parte III è direttamente indirizzata a Carl Solomon (a cui l’intero poema è dedicato), che Ginsberg incontrò mentre stava visitando sua madre in un ospedale psichiatrico a Rockland, nello stato di New York, e descrive le esperienze, le speranze e le paure condivise dai due.
La nota finale è caratterizzata dal ripetitivo mantra ‘Holy!’ (’Santo!’) e il suo punto di vista ottimistico.
La diffusione della poesia di Ginsberg in Italia deve molto all’opera di divulgazione e traduzione svolta da Fernanda Pivano.



Prima degli anni sessanta il concetto di adolescente non esiste. Dallo stadio di bambini si passa direttamente a quello di adulti. I giovani intellettuali americani degli anni cinquanta, come Ginsberg, attraverso i loro scritti, le loro visioni e le esperienze imposte dal loro mutato approcciarsi alla vita, iniziano a rivendicare il diritto di manifestare un disagio giovanile, disapprovando le regole e le imposizioni sociali.
Il poema "Urlo" di Allen Ginsberg, pare scritto sotto l’effetto allucinogeno del peyote, è un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell'essere umano in quanto tale. Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com'è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova.

Ginsberg lesse per la prima volta “Howl” a San Francisco nel 1955 presso la Six Gallery, quindi Ferlinghetti fece pubblicare l’opera dalla sua casa editrice City Lights. La pubblicazione creò non pochi problemi al suo coraggioso editore: il libro venne messo al bando per oscenità e Ferlinghetti venne arrestato con l’accusa di vendita e diffusione di materiale osceno. Il 1956 fu l’anno del processo a “Howl” che si concluse, grazie al sostegno legale determinante dell’ACLU (la American Civil Liberties Union, organizzazione non governativa orientata a difendere i diritti civili e le libertà individuali negli Stati Uniti), con una storica vittoria di Ferlinghetti: il giudice riconobbe al poema una “importanza sociale riedificante” che ne riscattava ogni presunta oscenità; fu una pietra miliare nella lotta per la libertà di stampa, che fornì un precedente legale per la pubblicazione di tutta una serie di titoli ancora sotto censura nell’America maccartista.

In una delle interviste che Allen Ginsberg diede quando ancora era in vita ricordò di come sovente si ritrovava con i suoi amici e colleghi beat per cenare, bere caffè e fumare erba. "Credo che la chiave alla Beat Generation fosse la liberazione spirituale. Subito dopo vennero la libertà di parola, la battaglia contro la censura, la libertà sessuale, ma tutto iniziò con la liberazione spirituale. Ho sempre pensato che l'Urlo fosse un poema esuberante, positivo, divertente. Ma all'epoca venne preso per il delirio di uno stupido ribelle pieno di rabbia".
Ecco come iniziò tutto……

P.S.: per leggere  interamente la traduzione di Howl guarda qui