mercoledì 30 aprile 2014

I film italiani che hanno vinto l’Oscar

Non scrivo quasi mai di cinematografia benché io sia fin dall’infanzia un’appassionata divoratrice di film e per hobby mi diletti come sceneggiatrice e regista teatrale. Però qualcosa su “La grande bellezza” la voglio dire, anche se si è già scritto di tutto e ogni rivista, sito, blogger o facebookiano ne ha parlato, come è giusto che sia. Il film l’ho visto lo scorso autunno e il mio giudizio è rimasto inalterato da allora. Mi colpì perché centrava appieno il mondo dell’arte e della cultura in generale finalmente smascherandola e riducendola alla brutale inconsistenza che essa si merita nella realtà dei nostri giorni. “La grande bellezza” è per me uno splendido e allo stesso tempo angosciante spaccato di una generazione fallita, la mia, che reduce da presunti gloriosi intellettuali passati si rimescola in sfarzose vasche di inutilità. Ecco perché disturba, ecco perché non piace; perché tocca sul vivo proprio chi ruota attorno al mondo delle recensioni e d’arte varia. I presunti artisti e i critici. Quest’ultimi poi autorizzati ad innalzare sul trono della celebrità, del successo, anche il più stolto cretino e acclamarlo come un dio, relegando spesso nell’oblio i più meritevoli. Ma si sa, è così che funziona in tutti i campi, soprattutto in Italia, ma non solo. L’arte è il riflesso di quello che siamo diventati, il riflesso della nostra società, ma è anche molto di più. E’ quello che vogliono farci essere. In parte questo film cerca di spiegarlo.

Gambardella era un uomo di talento, quando ancora viveva di sentimenti veri, di amore, di voglia di crescere e anche di cambiare il mondo. Poi però finisce con lo svendere il proprio lavoro per inseguire facili guadagni e frivoli piaceri. Si lascia comprare e la sua arte scade nella banalità trasformando il potere creativo della sua fragilità in arroganza e presunzione. Quanti intellettuali possiamo dire si trascinano in tale squallido sistema? Moltissimi, ma peggio ancora gran parte di loro il talento non l’hanno mai avuto. Ma ovviamente il film non è solo questo; abbraccia derive che spaziano anche nel campo della medicina e persino della religione. Il grande baraccone del jet set capitolino nel quale puoi leggere, dietro ogni finto sorriso, l’horror vacui interiore che lacera le carni ancor più dei tanti combattuti segni inevitabili dell’età che avanza. E non è una prerogativa solo italiana, anche se è verissimo che proprio qui, dopo vent’anni di imbarbarimento berlusconiano, abbiamo raggiunto livelli di volgarità e bassezza mai visti prima. Raccontarlo nella nostra capitale lo rende magnificamente eccessivo per sua stessa natura. Dopo la vincita dell’Oscar e il moltiplicarsi delle critiche negative mi è venuta la curiosità di andare a vedere se anche gli altri film italiani, che hanno in passato vinto come miglior pellicola straniera, avevano ricevuto in patria lo stesso trattamento.  Così ne ho fatto un breve sunto con quello che ho trovato in rete. P.S.: Sorrentino a sentirlo non sembra particolarmente colto, anche se si rivolge soprattutto ad un pubblico colto. Credo comunque che risieda proprio in questo particolare la sua grande bellezza/grandezza. Ricordiamoci poi che il nostro paese è una fucina di veri artisti in ogni campo. Purtroppo ognuno di loro, di questi tempi, è costretto a ricavarsi uno spazio d’aria fresca scavando tra il letame prodotto dal porcilaio dell’élite imperante. Mi piace pensare che il film di Sorrentino, soprattutto dopo aver vinto l’Oscar, perché prima non se lo filava nessuno, possa dare inizio a un risveglio morale. Così come fa Gambardella che lascia tutto per ritrovare le proprie radici, alla ricerca di quell’uomo che era stato quale antidoto alle piaghe che il successo immeritato gli aveva lasciato. Un altro grande film di cui però si è parlato pochissimo e che racconta uno spaccato della nostra società che io nemmeno immaginavo potesse esistere, o per lo meno non ad un tale livello di bassezza, è Reality di Matteo Garrone.


1947 Premio Oscar  
“Sciuscià”, Vittorio De Sica (1946)
In Italia fu un flop sia commerciale che critico. Gli spettatori dell’epoca preferivano film hollywoodiani con il finale sempre positivo “ e vissero tutti felici e contenti”. La critica italiana accusò De Sica di aver usato, mettendola troppo in evidenza, la sfortuna dei poveri.
sciusci1946poster

martedì 29 aprile 2014

Beat Generation

La Beat generation fu un movimento artistico, poetico e letterario sviluppatosi dal secondo dopoguerra (1947 circa) a fine anni cinquanta, negli Stati Uniti.



Oltre alla figura di Allen Ginsberg, tra gli autori di riferimento beat troviamo i compagni e amici Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer, che gravitavano prima attorno alla Columbia University, poi attorno alla Lights Books.
Il movimento è sostanzialmente frutto di un'utopia che nasce all'interno di questo gruppo di amici, amanti della letteratura e completamente saturi della società che vivono, delle regole, dei tabù. I beat vogliono scappare, viaggiare, far l'autostop fino a dove possono arrivare, ma non per un senso di fuga dalle responsabilità, ma per trovarsi da soli nuove regole e stili di vita. Da qui viene l'avvicinamento alla spiritualità Zen, al cattolicesimo, al taoismo che tanto viene approfondito, discusso e rimodellato in un'ottica beat; ma da qui viene anche l'abuso di sostanze stupefacenti, di alcol per trovare un nuovo sistema di regole, per sedare la sofferenza e per riunire l'io e il Tutto.
Il termine beat viene coniato da Jack Kerouac nel 1947, in una conversazione con John Clellon Holmes durante la quale, parlando delle generazioni passate e non volendo attribuire nessuna definizione alla propria, Kerouac disse: "Ah, questa qui non è che una Beat generation". La conversazione fu pubblicata nel 1952 sul "New York Times Magazine" con il titolo This is the Beat generation , che attirò l’attenzione del pubblico e ne consacrò la nascita ufficiale.
Beat è un termine che assume molteplici significati già in inglese, ed in italiano è tradotto e spiegato in varie accezioni. Beat come beatitudine (Beatitude), la salvezza ascetica ed estatica dello spiritualismo Zen, ma anche il misticismo indotto dalle droghe più svariate, dall'alcol, dall'incontro carnale e frenetico, dal parlare incessantemente, sviscerando tutto ciò che la mente racchiude. Beat come battuto, sconfitto in partenza. La sconfitta inevitabile che viene dalla società, dalle sue costrizioni, dagli schemi imposti ed inattaccabili. Beat come richiamo alla vita libera e alla consapevolezza dell'istante.

Beat come ribellione. Beat come battito. Beat come ritmo. Quello della musica jazz, che si ascolta in quegli anni, quello del be bop, quello della cadenza dei versi nelle poesie. Beat è la scoperta di sé stessi, della vita sulla strada, del sesso liberato dai pregiudizi, della droga, dei valori umani, della coscienza collettiva. Beat non è politica però, nonostante molti movimenti abbiano origine da questa fonte. Beat non è religione, nonostante sia forte la componente religiosa in questo gruppo. Beat è libertà di essere sconfitti, ma molto più probabilmente beat è uno dei tanti termini che non ha un vero significato semantico, ma più un significato mistico, insito nell'anima battuta, beata, ritmata, ribelle di quella generazione.

Una nuova forma di ribellione che nasce dai movimenti intellettuali e si espande nella società come un virus, come una malattia infettiva, è ciò che abbiamo disperatamente bisogno oggi, con le modalità e i ritmi contemporanei, che sappia entrare e impossessarsi delle nostre anime; il momento è propizio per nuovi inizi, per nuovi battiti e nuove idee……..attendo con ansia….


"Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati"
"Dove andiamo?"
"Non lo so , ma dobbiamo andare"
(J. Kerouac, On the road)
"Beat è il viaggio dantesco, il beat è Cristo, il beat è Ivan, il beat è qualunque uomo, qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato"
(G. Corso)



lunedì 28 aprile 2014

L’urlo

1955 – La American Civil Liberties Union (ACLU), organizzazione non governativa orientata a difendere i diritti civili e le libertà individuali negli Stati Uniti, annuncia che sosterrà il poeta ed editore Lawrence Ferlinghetti che si appresta a pubblicare il poema “Howl” (L’urlo) di Allen Ginsberg. Ne seguirà un caso giudiziario che si concluderà positivamente 2 anni dopo.
Questo volumetto di poesie è diventato uno dei testi sacri della Beat Generation. (In fondo due filmati. Nel primo l’attore John Tuturro recita “Howl” in lingua originale. Il secondo è lo stesso filmato con Turturro doppiato in italiano)
Ginsberg lesse per la prima volta “Howl” a San Francisco, quindi Ferlinghetti fece pubblicare l’opera dalla sua casa editrice City Lights.La pubblicazione creò non pochi problemi al suo coraggioso editore: il libro venne messo al bando per oscenità e Ferlinghetti venne arrestato con l’accusa di vendita e diffusione di materiale osceno. Il 1956 fu l’anno del processo a “Howl” che si concluse, grazie al sostegno legale determinante dell’ACLU, con una storica vittoria di Ferlinghetti: il giudice riconobbe al poema una “importanza sociale riedificante” che ne riscattava ogni presunta oscenità; fu una pietra miliare nella lotta per la libertà di stampa, che fornì un precedente legale per la pubblicazione di tutta una serie di titoli ancora sotto censura nell’America maccartista.
“Howl” è un componimento, che risente dell’influenza di Whitman ed è scritto con un verso ritmato che ha la cadenza della lingua parlata, in cui il poeta rivive le sue crude esperienze, dal ricovero in un ospedale psichiatrico, all’uso delle droghe e all’omosessualità.
Il poema è suddiviso in tre parti più una nota addizionale.
La Parte I è la più conosciuta, e descrive scene, personaggi e situazioni tratte dall’esperienza dell’autore e di quelle della comunità di poeti, artisti, politici radicali, musicisti jazz, drogati e pazienti psichiatrici che egli aveva incontrato.
La Parte II è un lamento nei confronti dello stato americano, richamata come ‘Moloch’ nel poema. Ginsberg fu ispirato a scrivere la Parte II quando vide un hotel in forma di mostro che chiamò Moloch durante una visione provocata dal peyote e gran parte della sezione stessa fu scritta sotto l’influenza di questo allucinogeno.
La Parte III è direttamente indirizzata a Carl Solomon (a cui l’intero poema è dedicato), che Ginsberg incontrò mentre stava visitando sua madre in un ospedale psichiatrico a Rockland, nello stato di New York, e descrive le esperienze, le speranze e le paure condivise dai due.
La nota finale è caratterizzata dal ripetitivo mantra ‘Holy!’ (’Santo!’) e il suo punto di vista ottimistico.
La diffusione della poesia di Ginsberg in Italia deve molto all’opera di divulgazione e traduzione svolta da Fernanda Pivano.



Prima degli anni sessanta il concetto di adolescente non esiste. Dallo stadio di bambini si passa direttamente a quello di adulti. I giovani intellettuali americani degli anni cinquanta, come Ginsberg, attraverso i loro scritti, le loro visioni e le esperienze imposte dal loro mutato approcciarsi alla vita, iniziano a rivendicare il diritto di manifestare un disagio giovanile, disapprovando le regole e le imposizioni sociali.
Il poema "Urlo" di Allen Ginsberg, pare scritto sotto l’effetto allucinogeno del peyote, è un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell'essere umano in quanto tale. Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com'è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova.

Ginsberg lesse per la prima volta “Howl” a San Francisco nel 1955 presso la Six Gallery, quindi Ferlinghetti fece pubblicare l’opera dalla sua casa editrice City Lights. La pubblicazione creò non pochi problemi al suo coraggioso editore: il libro venne messo al bando per oscenità e Ferlinghetti venne arrestato con l’accusa di vendita e diffusione di materiale osceno. Il 1956 fu l’anno del processo a “Howl” che si concluse, grazie al sostegno legale determinante dell’ACLU (la American Civil Liberties Union, organizzazione non governativa orientata a difendere i diritti civili e le libertà individuali negli Stati Uniti), con una storica vittoria di Ferlinghetti: il giudice riconobbe al poema una “importanza sociale riedificante” che ne riscattava ogni presunta oscenità; fu una pietra miliare nella lotta per la libertà di stampa, che fornì un precedente legale per la pubblicazione di tutta una serie di titoli ancora sotto censura nell’America maccartista.

In una delle interviste che Allen Ginsberg diede quando ancora era in vita ricordò di come sovente si ritrovava con i suoi amici e colleghi beat per cenare, bere caffè e fumare erba. "Credo che la chiave alla Beat Generation fosse la liberazione spirituale. Subito dopo vennero la libertà di parola, la battaglia contro la censura, la libertà sessuale, ma tutto iniziò con la liberazione spirituale. Ho sempre pensato che l'Urlo fosse un poema esuberante, positivo, divertente. Ma all'epoca venne preso per il delirio di uno stupido ribelle pieno di rabbia".
Ecco come iniziò tutto……

P.S.: per leggere  interamente la traduzione di Howl guarda qui

Polizia e manifestanti

Ritorno ancora sui fatti successi quel luglio 1960 a Reggio Emilia. Ci ritorno perché, nonostante lo statuto dei lavoratori fosse ancora lontano da venire, da quei giorni nacque la lunga stagione delle lotte e dei movimenti.
Come ho già scritto sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati (la situazione ricorda molto quella attuale) distanti dalla generazione dei partigiani (adesso potremmo dire distanti dalla generazione dei loro padri che vissero in un modo o nell’altro il ’68); la giovane età di tre delle cinque vittime testimoniò invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile.
Da quel momento in poi nelle scuole, nelle università  e nei posti di lavoro nacque la sana abitudine per cui i fascisti non dovessero aprire bocca , non avessero agibilità politica e fossero ridotti ad uscire dalle fogne la mattina per farvi ritorno dopo cena (questa frase l’ho presa da un blogger che ha scritto di questi fatti su wordpress).
Oggi sentire parlare di questi argomenti può far sorridere: nell’attuale clima politico, fatto di bipolarismo, con un’Italia in cui sinistra e destra hanno perso molta dell'identità politica che avevano fino a pochi anni fa, pensare a fascisti contro comunisti può far venire in mente soltanto le vicende di don Camillo e Peppone così come tratteggiate da Guareschi. Ma in quegli anni il clima era completamente diverso, rovente e appassionato come mai è più capitato fino ad ora.
Oggi con questo post voglio soffermarmi sul ruolo che ebbero i poliziotti che si contrapposero ai manifestanti sino a sparargli contro e all’indiscutibile simbolo armato del potere che divennero negli anni a venire e che tutt’ora si portano appresso.
Scrive di questi fatti Gianmarco Calore, poliziotto, sul sito Polizia nella Storia

La paura. Paura politica di perdere la conduzione del Paese; paura di una rapida involuzione a sinistra, con lo spettro dei “comunisti mangiabambini” a turbare i sonni di ministri e parlamentari; paura di perdere il controllo delle piazze, con rigurgiti anarchici e rivoluzionari che – chissà – avrebbero potuto magari disintegrare la neonata democrazia; paura a livello operativo, con le Forze dell'Ordine da un lato ostaggio di un regolamento obsoleto, dall'altro deliberatamente tenute nell'ignoranza più assoluta; paura che i poliziotti si potessero fare una loro idea personale dell'ordine pubblico, se è vero che ad essi veniva perfino vietata la lettura di particolari quotidiani ritenuti troppo faziosi, magari arrivando pure a schierarsi con quella parte d'Italia che si voleva a tutti i costi reprimere.
L'impreparazione. Impreparazione politica nel saper dialogare con le parti sociali, anche le più estreme; impreparazione nel saper valutare i malumori della gente, considerata improvvidamente come un branco di pecore con le quali il pastore doveva usare i suoi cani; impreparazione professionale nell'impiego della forza pubblica, con la mancata adozione di protocolli d'intervento e con la mancata impartizione di ordini chiari e precisi tale da lasciare alla libera iniziativa dei singoli funzionari e ufficiali decisioni che esorbitavano dalle loro competenze. (Gianmarco Calore, Mercoledì 07 Ottobre 2009)

Di diverso parere fu Pasolini che il 30 agosto 1960 scriverà su Vie Nuove (La rivista "Vie Nuove", non sovvenzionata dalla CIA, fondata nel 1946 da Luigi Longo, intendeva accostare le masse ai temi politici della sinistra, presentandosi con il taglio informativo caratteristico del settimanale di attualità)


Si ha l'impressione che si trovino ora di fronte due schiere quasi estranee: la popolazione di una città che protesta contro delle truppe occupanti. I poliziotti che sparano non sembrano nemmeno degli italiani, se questa categoria ha ragione di essere almeno come dato sentimentale. Tra i lavoratori e la polizia c'è un salto di qualità, di nazionalità.
Al tempo di Melissa e di Modena, la polizia non era stata ancora riorganizzata: era stata messa insieme un po' confusamente, era una sezione della "ricostruzione": essa difendeva genericamente un ordine costituito secondo un canone di lotta tradizionale, che la Resistenza aveva alquanto fiaccato. Ora invece la polizia è perfettamente organizzata, per opera di Scelba e di Tambroni: è un corpo ponderoso, deciso, politicamente orientato e cosciente. Inoltre, come documenta un giornalista, non certo marxista sull'Europeo, Renzo Trionfera, esso è direttamente legata al Vaticano.
La polizia italiana, insomma, si configura quasi come l'esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell'Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito?
Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza, a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà: com'è crollata la legge-truffa, com'è crollato il governo Tambroni. Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano. (Dalla rubrica "Dialoghi con Pasolini", Vie Nuove n. 33, a. XV, 20 agosto 1960)

I morti di Reggio Emilia

« Se non ci fossero stati i Cantacronache e quindi se non ci fosse stata anche l'azione poi prolungata, oltre che dai Cantacronache, da Michele L. Straniero, la storia della canzone italiana sarebbe stata diversa. Poi, Michele non è stato famoso come De André o Guccini, ma dietro questa rivoluzione c'è stata l'opera di Michele: questo vorrei ricordare »
(Umberto Eco)


Cantacronache è stato un gruppo-movimento fondato a Torino nel 1958 che mise insieme musicisti, scrittori e artisti di varia natura, tra i quali Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini, Sergio Liberovici e buona parte dell'intellettualità del tempo, per recuperare le radici della canzone popolare italiana (quella dei cantastorie, per esempio, che sono stati i "mass media" di certi luoghi e certi tempi, quando ancora la trasmissione orale era essenziale, o quella dei canti di lavoro, o dei canti della Resistenza) e trasferirla al presente, facendone veicolo di comunicazione e denuncia per "chi non ha voce": la classe operaia, gli studenti, le donne, gli sfruttati, i diseredati... Una sorta di "folk revival" sulla quale nacque "la canzone politica".

Vi parlo di questo gruppo in relazione alla canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia" che ho spesso sentito senza mai sapere bene da chi fu scritta e soprattutto a cosa si riferisse.





 Ma cosa successe quel giorno?
In risposta alla sollevazione genovese del 30 giugno Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione. La proposta antifascista però si diffonde in altre città.
La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino per il giorno seguente.
La polizia ha però proibito gli assembramenti e l'unico spazio consentito - la Sala Verdi, 600 posti - è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: "Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un'autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti", ricorda un testimone, l'allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d'acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, "dove c'era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi...". "Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza". Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: " Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l'isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall'autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d'uomo". In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L'agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s'inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: "Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia". Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia "Bobi"), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell'Anpi.

Lauro Farioli 22 anni colpito a morte dalla polizia è il primo caduto della tragica giornata

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell'eccidio: "Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l'ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue".
Intanto l'operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l'angolo della strada gridando "Assassini!": cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra.
In piazza Cavour c'è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all'addome.
Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all'età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d'Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell'Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.
Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d'ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia.
Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: "In sala operatoria c'eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c'era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l'apprensione e il dolore dei parenti".

Oggi i familiari chiedono la revisione del processo che si era chiuso nel 1964 davanti alla corte d’assise d’appello di Milano con l’assoluzione con formula piena del vicequestore Giulio Cafari Panico e dell’agente Orlando Celani (per insufficienza di prove), accusato di aver sparato ad Afro Tondelli.