domenica 27 aprile 2014

1960 – Lo scandalo “La dolce vita”



Quando ero ragazza ed usciva un film un po’ particolare si diceva …”..andiamo a vederlo subito prima che lo tolgono dalla circolazione”. E questo diventava un passaparola che era meglio di qualsiasi trailer pubblicitario.
La stessa cosa successe per “La dolce vita” di Fellini, la cui prima ufficiale avvenne il 5 febbraio 1960, al cinema Capitol di Milano. Alla scena finale, quella poi battezzata “l’orgia de La dolce vita”, partirono grida di protesta: “schifoso”, “basta”, “vergogna”. Alla fine i fischi e gli insulti coprirono i pochi applausi, qualcuno sputò a Fellini. Mastroianni venne apostrofato : “comunista, vagabondo”.
L’esito commerciale del film sembra segnato ma subito il giorno successivo una folla di gente si accalca alle porte del Capitol, sfondando persino le porte del cinema: tutti vogliono vedere il film prima che venga sequestrato e quelli che non riescono ad entrare protestano calorosamente. È l’inizio di un trionfo che porterà La dolce vita ad essere il campione d’incassi del 1960.
Tra il 5 e il 6 febbraio, uscirono numerosissime critiche, nella stragrande maggioranza positive. Gian Luigi Rondi, la voce più rappresentativa della critica cinematografica cattolica, oltreché intellettuale organico al partito democristiano, sul quotidiano conservatore "Il Tempo" scrisse:
“Il film è la sagra di tutte le falsità, le mistificazioni, le corruzioni della nostra epoca, è il ritratto funebre di una società in apparenza ancora giovane e sana che, come nei dipinti medioevali, balla con la Morte e non la vede, è la “commedia umana” di una crisi che, come nei disegni di Goya o nei racconti di Kafka, sta mutando gli uomini in “mostri” senza che gli uomini facciano in tempo ad accorgersene [...] Fellini descrive ai contemporanei i “mostri” di oggi [...] E lo ha fatto con una potenza drammatica, un impeto, una novità di linguaggio che iscrivono certamente il suo film tra le più “moderne” opere dell’arte del cinema”.
L’opera di Fellini era da tempo misteriosamente in sintonia con i cattolici impegnati nel mondo del cinema (I gesuiti che si occupavano di cinema, come Nazareno Taddei e Angelo Arpa, si erano schierati, senza esitazioni, dalla parte di Fellini). Padre Arpa era grande amico di Fellini e stretto collaboratore di Siri arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che volle vedere in privato il film, e al termine esclamo': "Questa "Dolce vita" bisognerebbe farla vedere ai miei seminaristi del quarto anno di Teologia perche' si rendano conto di quanto e' brutto il mondo". A Fellini venne in aiuto il Potere Spirituale della Chiesa.
Ma l’Italia si divise in due; i vescovi veneti arrivarono a minacciare di negare l'assoluzione pasquale agli spettatori della "Dolce vita".
Anche  l'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che poi divenne Paolo VI, considerato rispetto al passato e per l’epoca un rinnovatore, avanzò riserve sulle considerazioni del Siri. Tra i due nacque una diatriba a suon di lettere; se Montini si preoccupava soprattutto di evitare che i credenti potessero restar turbati da uno spettacolo diseducativo, Siri affermava che l'opera di Fellini fotografava una reale decadenza dei costumi, rispetto alla quale non si poteva chiudere gli occhi.
Può essere ricordato come il più clamoroso tra i successi di scandalo del cinema italiano. Tra l'ottobre 1958 e il maggio 1960 ucirono più di mille articoli di giornale sul film i quali sono stati raccolti lo scorso anno in un volume di ben 744 pagine dal Centro Sperimentale di Cinematografia e la Fondazione Federico Fellini.
Ma cosa ne pensava Fellini della sua opera? Ecco una sua dichiarazione apparsa nel numero di febbraio 1960 del mensile «Letture» di Milano.
….non è un film molto divertente nel senso che qualcuno si può aspettare: sí, ci sono degli episodi che spero riusciranno gradevoli, umoristici, divertenti: ma ciò nonostante, non è proprio quel che si dice un film divertente. Non è un film polemico, diretto contro questo o contro quello; non è un film satirico; non è un film grottesco; non è un film moralistico, perché non pretende di insegnare niente a nessuno. E non è neanche un film terrificante, benché faccia apparire qualche mostro del nostro mondo. Del resto come potrebbe essere terrificante un film che racconta le malinconie, le viltà, le aspirazioni represse, le velleità, la disponibilità, in senso buono e cattivo, di uno come noi? Perché Marcello, il protagonista, è proprio uno come noi. «La dolce vita» non è un film né pessimistico, né disperato: e il titolo non vuol essere affatto un’ironia. Mi auguro che vedendo questo film, alla fine tutti provino lo stesso sentimento che ho provato io nel farlo e che provo tuttora quando lo rivedo: il tentativo di sdrammatizzare personaggi e ambienti della famosa angoscia esistenziale, di guardarla bene in faccia, quest’angoscia, facendone quasi l’amicizia, dovrebbe restituirci un senso di liberazione, quindi di serenità. Per questo sostengo, e forse sono il solo a sostenerlo, che «La dolce vita» non è affatto un film amaro, un film pessimistico. Se poi qualcuno è disturbato da quel tanto di occasionale, di cronachistico, di giornalistico che è passato in esso, immagini, come faccio io, che all’inizio ci sia una didascalia di questo tenore: «Babilonia anno...» e vedrete che le cose funzionano lo stesso. (Federico Fellini)



Ho affrontato l’argomento con molta superficialità cercando di sintetizzare l’accaduto per non tediarvi inutilmente. Vuol essere uno spunto per immergersi nel clima dell’epoca per cercare di capire lo spirito dei giovani di allora e della cultura che respiravano.




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