lunedì 28 aprile 2014

Gli intellettuali…come si arrivò agli anni 50

Con la resistenza è maturata negli intellettuali italiani una nuova coscienza che li ha portati a ricercare dirette convergenze con gli umili, con le loro lotte i loro bisogni e a pronunciarsi attivamente nel merito delle stesse rivendicazioni di libertà e di progresso delle masse operaie e contadine. La linea di politica culturale che si viene configurando appare a grandi linee abbastanza chiara, è necessario abbattere il vizio antico dei ceti intellettuali italiani, quello di ogni aristocratico distacco tra cultura, intellettuali e masse e sconfiggere il falso concetto dell’autonomia della cultura intesa come separazione e abbattere ogni pretesa funzione aristocratica dell’intellettuale. Questo tema dell’impegno dell’intellettuale nella lotta politica-sociale sarà, da quel momento in avanti, costante, ripresentandosi in maniera più o meno complessa in tutti i decenni seguenti.
La resistenza fa sì che gli intellettuali giungano ad un nuovo rapporto con le masse. Ci si domanda come mettere in rapporto su basi di massa il lavoro intellettuale e la produzione culturale con la realtà nuova di una società articolata senza cadere nell’elitarismo e nell’individualismo dei piccoli gruppi. Da questa affannosa ricerca prenderà il via, nelle arti e nella letteratura. il realismo, col tentativo di porsi in un rapporto col reale di immediata rappresentazione, coscienza e trasformazione e non di evasione.
Sulla strada del realismo si impegnano gli intellettuali progressivi anche quelli vicini al PC, anche se l’attività del partito in questa direzione si esaurisce nell’orientamento che esso fornisce sui temi di politica generale senza fornire gli strumenti che possano permettere di svolgere una funzione dirigente sul terreno delle idee nella società italiana. In generale manca la capacità di estendere per tutto il corpo del Partito, l’attività dal livello politico ed economico a quello ideale e culturale.
La politica della Dc in campo culturale darà, invece, un’estrema attenzione alla conquista di un altro tipo di intellettuale, il quadro e il tecnico, immessi nel circuito produttivo industriale il soggetto nuovo che si va formando nel campo della produzione. Oltre a recuperare elementi di primo piano dell’intellettualità liberale come Einaudi che indicherà le linee di una politica economica di tipo tendendialmente restauratore e socialmente restrittiva negli interessi dei ceti privilegiati, costruirà nuovi rapporti con quei ceti della cultura la cui funzione sociale è più diretta ed immediatamente incidente sulla realtà produttiva.
Il PCI è però visto subito con simpatia da una serie numerosa di intellettuali avanzati di formazione umanistica e letteraria poiché sembra fornire ad essi la saldatura tra cultura e politica; sembra poter finalmente dare gli strumenti per riqualificare in un senso socialmente utile e nuovo l’attività ed il lavoro intellettuale. Fu un discorso che non si sviluppò in modo rettilineo in quanto lo stalinismo e i suoi riflessi in Italia costituirono elementi di contraddizione.
Sarà solo con il contributo dell’elaborazione gramsciana che si avvierà un processo critico di ripensamento su errori fatti nel campo della politica culturale e che si arriverà ad una accezione della necessità di una cultura libera, moderna, democratica e nazionale non subordinata alle regole espressive volute dal partito. Saranno superate le posizioni che identificano il cinema progressista col neorealismo, la letteratura vera con quella che parla della vita degli operai e dei contadini.

[In Italia] manca un'identità di concezione del mondo tra "scrittori" e "popolo"; cioè i sentimenti popolari non sono vissuti come propri dagli scrittori, né gli scrittori hanno una funzione "educatrice nazionale", cioè non si sono posti e non si pongono il problema di elaborare i sentimenti popolari dopo averli rivissuti e fatti propri [...].
In Italia, il termine "nazionale" ha un significato molto ristretto ideologicamente, e in ogni caso non coincide con "popolare", perché in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla "nazione", e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso: la tradizione è "libresca" e astratta, e l'intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano. (A. Gramsci, Quaderni del carcere)


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