lunedì 28 aprile 2014

Italia 1960

C’è chi il ’68 l’ha vissuto, chi infervorandosi chi non fregandogliene un cazzo, c’è chi era troppo giovane e chi era troppo vecchio. A me il ’68 mi ha sfiorato, abbracciato, accarezzato, coccolato e persino viziato senza mai possedermi veramente. Per questo non mi sento appartenere a nessuna generazione, come se fossi un’invisibile creatura che a volo radente si abbevera in ristagnanti pozze di memoria.
Sono nata in quel febbraio 1960 che vide l’Italia vacillare sotto i primi colpi di una incertezza democratica che da soli 15 anni aveva conquistato. In un anno politico di terrore e morte che forse inconsapevole mi ha lasciato il marchio.
In quei miei primi giorni di vita il nostro capo dello stato, Giovanni Gronchi, era in visita diplomatica in Unione Sovietica dove ebbe incontri con Kruscev e con i massimi dirigenti del Cremlino. Gronchi si faceva portavoce di una diplomazia parallela auspicando una risoluzione pacifica e un avvicinamento democratico della Russia. Ma questa manovra diplomatica non piacque ai liberali italiani che incominciarono a manifestare il loro dissenso nei confronti della politica del Governo Segni arrivando a ritirare il loro appoggio e  costringendo così alle dimissioni il presidente del consiglio.
Il 24 febbraio 1960 cade il  governo del democristiano Segni aprendo una lunga crisi risolta col varo del governo Tambroni con il voto determinante del Movimento Sociale Italiano, partito della destra estrema e diretto erede della Repubblica Sociale Italiana.
È l'"anticamera" di un colpo di stato di destra nel nostro paese con il partito della Fiamma che si prepara a entrare nella stanza dei bottoni, spettri di un passato recentissimo che risorgono dai loro luridi anfratti.
A giugno di quell’anno l’MSI annuncia che il suo congresso nazionale lo terrà a Genova (città medaglia d'oro della Resistenza) e che a presiederlo sarà chiamato l'ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi.
Alla notizia Genova insorge.
Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti "camalli") risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età (i cosiddetti "ragazzi dalle magliette a righe"), in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell'ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista.
In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti.
Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall'olimpionico Raimondo d'Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.
Ma i fatti più gravi accadono a Reggio Emilia: nel corso di una delle manifestazioni seguite ai fatti di Roma la polizia uccide cinque manifestanti comunisti: Ovidio Franchi, Lauro Farioli, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli dei quali parlerò nel prossimo post.




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