lunedì 28 aprile 2014

La donna anni 50


La donna di quegli anni è sicuramente una figura in via di modernizzazione relegata però in un sistema di regime patriarcale che vedrà una sua attenuazione solo negli anni ’70.
Chi può permetterselo cerca di tenere le donne a casa. Grazie alla nuova tecnologia che facilita il lavoro domestico, all'aumento progressivo dei salari che permetterà a molte donne di dedicarsi totalmente alla propria casa e alla valorizzazione ed esaltazione del ruolo materno si radicalizza, soprattutto negli anni '60, la divisione sessuale dei ruoli con la nascita della figura della casalinga 'tout court' e del procacciatore di reddito come figura unicamente maschile.
Anche se i movimenti femministi prenderanno sempre più corpo dagli anni ’60, fino agli anni '70 non si verificano grandi mutamenti per quel che riguarda il ruolo della donna nella famiglia.
Gli anni ’50 sono anni in cui la donna è sottoposta ad una serie di rigide costrizioni; la sua identità si definisce in relazione ad un ruolo ben definito e soprattutto circoscritto ad un ambito domestico. C’è una distinzione rigida tra un ‘dentro’ che è lo spazio della donna ed un fuori che è lo spazio del mondo, del mondo del lavoro, del mondo della politica, che è lo spazio dell’uomo
Nel 1951 si laurea l’1,5% delle donne iscritte all’università. Al marito è ancora riconosciuto lo ius corrigendi nei confronti della moglie.
Nel mondo del lavoro è anche peggio.
Nelle fabbriche le donne oltre ad essere segregate nelle categorie e qualifiche più basse, nei reparti e nei settori 'monosessuali' e private di ogni possibilità di avanzamento di carriera, fino agli anni '60 subiscono una forte discriminazione salariale; a parità di capacità lavorativa con gli uomini sono inquadrate nelle categorie inferiori con una riduzione salariale del 30%.
Sia nelle fabbriche che nelle campagne si apre una campagna di lotta per la parità salariale, che porterà nell'industria all'accordo interconfederale del 1960.


L'accordo divide le mansioni tra 'tipicamente' maschili e 'tipicamente' femminili, le prime diffuse nei settori dell'industria di base le seconde nell'industria manifatturiera o produttrice di beni materiali; la parificazione di trattamento viene richiesta solo per il primo settore, dove minima è la presenza femminile.
Mentre nelle campagne, anche a causa dell'esodo massiccio della forza lavoro maschile, il salario femminile, da sempre fortemente penalizzato, viene riadeguato a quello del mezzadro.
E se dal 1958 al 1963 si registra comunque un relativo aumento dell'occupazione femminile anche in settori come quello del piccolo commercio dove prevalgono le figure delle coadiuvanti familiari e delle commesse, dal 1964, con l'inizio di un periodo di recessione e a causa di cambiamenti produttivi, le donne vengono espulse in massa dal mercato del lavoro, nel cui ambito l'occupazione femminile assumerà la forma di un grafico a 'campana' con un picco di un tasso di attività per le donne sposate e con la loro uscita definitiva dal mercato del lavoro alla nascita del primo figlio.

Di male in peggio.

E qui mi viene in mente Betty Friedan (1921-2006), considerata la Grande Madre del femminismo moderno, uno dei personaggi chiave della nostra epoca.
Nel 1957 la Friedan organizzò dei sondaggi presso molte donne di mezza età, laureate o d'istruzione superiore, che si erano dedicate esclusivamente a una vita di casalinghe, intervistandole circa la loro istruzione, le loro esperienze e le eventuali soddisfazioni ricavate dalla loro vita attuale. Scrisse articoli su quello che chiamò "il problema senza nome", che poi raccolse e rielaborò nel libro The Feminine Mystique (La mistica della femminilità), pubblicato nel 1963.


Il suo libro-inchiesta, che ebbe un successo strepitoso (quaranta milioni di copie vendute nel mondo, perennemente inserito nella lista dei dieci libri che hanno cambiato la vita nel ’900) smentì l'immagine stereotipata fornita dagli «esperti» di pubblicità, di sociologia e di psicologia nelle riviste specializzate: esisteva in realtà un «problema senza nome condiviso da innumerevoli donne americane», del quale i creatori della «mistica della femminilità» - la donna tutta casa, figli e marito - non avevano mai parlato. Il problema consisteva nel disagio della loro condizione, del quale non riuscivano a trovare una causa, ma ne esprimevano i sintomi: «Talvolta c'era chi diceva: "Ogni tanto mi sento vuota ... incompleta". Oppure: "Mi pare di non esistere". Talvolta questa sensazione veniva annullata con un tranquillante. Talvolta la donna pensava che tutto dipendeva dal marito o dai figli, o che quel che le occorreva era un nuovo arredamento, o un alloggio migliore o un amante o un altro bambino. A volte andava dal medico accusando sintomi che a malapena riusciva a descrivere: "Un senso di stanchezza ... mi arrabbio tanto con i bambini da spaventarmi ... mi vien da piangere senza motivo"».
Denunciato il ruolo coatto di sposa e di madre della donna americana, la Friedan ritiene che essa debba procurarsi un lavoro e cercare di coniugare gli impegni professionali con quelli domestici. Betty Friedan ha innescato la rinascita del movimento delle donne, che si era addormentato dopo la conquista del diritto di voto, ottenuto in seguito a una lotta durata cent’anni.


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