domenica 27 aprile 2014

La febbre del rock

Correva l’anno 1957.
Si chiama “Rock Around the Clock” è colonna sonora di “Blackboard Jungle”, “Il seme della violenza” in italiano. La canta Bill Haley ispirandosi a un vecchio motivo di Rhythm and Blues, ma il suo stile è nuovo, grida le parole anziché cantarle, mette in primo piano chitarra e fiati. Venderà 60 milioni di dischi e resterà in cima alle classifiche americane per sei mesi. Il suo ritmo a quei tempi frenetico si addice perfettamente a una generazione che vuole andare veloce. I giovani americani corrono in massa a vedere il film, si mettono a ballare nei cinema si azzuffano e distruggono tutto ciò che gli capita a tiro, basta questo per meritarsi l’appellativo di musica ribelle.

Il rock and roll arriva in Italia con questo film preceduto da una campagna stampa su Epoca, sulla Domenica del Corriere, per lo scalpore che aveva fatto negli USA. Ma questo è solo l’inizio a cui seguirà a ruota il clamoroso successo di Elvis Presley. Il rock and roll esplode in tutto il mondo e ogni paese ha il suo Elvis, in Francia si chiama Johnny Hallyday, in Giappone Akira Kokawa. All’inizio in Italia il rock and roll suscita meno entusiasmo e fatica ad imporsi. Attecchisce la sua variante melodica il Doo-wop; lo suonano gruppi vocali di colore come i Platters. La gente non capisce le parole, le radio non trasmettono i brani e i dischi non si trovano. Ma il cavallo di troia del rock and roll è il juke box. Prima del ’55 ce n’era solo uno, lo avevano portato glia americani a Roma, ma nel ’56 sono già 500 e spuntano nei bar come funghi. All’inizio degli anni sessanta se ne conteranno 10.000. Col juke box si può ascoltare la musica lontano dal controllo dei genitori e i loro successo è legato alla rivoluzione del 45 giri, un piccolo disco di 17 cm che sostituisce il vecchio e ingombrante 68 giri. Ma i ragazzi italiani hanno voglia anche di modelli nostrani, per capire quello che dicono per sentirsi raccontare storie e sentimenti conosciuti. E’ tempo di creare dei rocker italiani. Nascono prima gli urlatori, imitano le voci dei Platters e vendono un sacco di dischi, il loro capofila è Tony Dallara. Dopo gli urlatori arrivano i rocker. Nascono a Milano; il 18 maggio 1957 al palaghiaccio si svolge il primo festival nazionale di rock and roll. Ci vogliono due battaglioni della celere e due compagnie di carabinieri per disperdere la folla che cerca di entrare senza biglietto. Ma la febbre del rock si diffonde presto in tutta Italia proclamando come loro re Adriano Celentano. Canta in maniera sguaiata e sfrontata, ha solo 19 anni di origine pugliese, viene dalle periferie milanesi ed è destinato ad incarnare la voce e il pensiero di tanti italiani. Un altro giovane rocker più timido e pacato si chiama Giorgio Gaber e insieme a loro nascono continuamente nuovi cantanti, rocker, urlatori, che usano spesso nomi americani come Baby Gate il primo nome di Mina. Tutti i giovani imitano i nuovi divi, anche i ragazzini. La cultura cattolica accusa il rock and roll di fornire ai ragazzi una pericolosa carica di trasgressione. Anche il Partito Comunista combatte le mode americane. Per il partito sono gli strumenti che usa il capitale per condizionare i comportamenti delle masse. Nelle feste dell’unità e nelle case del popolo il rock è vietato. Ma nonostante le censure e i divieti il rock and roll avanza, si diffonde, come si diffondono i comportamenti ribelli.



 Tratto dal film di Lucio Fulci: "I ragazzi del juke-box" (Italia, 1959)

Nessun commento: