lunedì 28 aprile 2014

Polizia e manifestanti

Ritorno ancora sui fatti successi quel luglio 1960 a Reggio Emilia. Ci ritorno perché, nonostante lo statuto dei lavoratori fosse ancora lontano da venire, da quei giorni nacque la lunga stagione delle lotte e dei movimenti.
Come ho già scritto sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati (la situazione ricorda molto quella attuale) distanti dalla generazione dei partigiani (adesso potremmo dire distanti dalla generazione dei loro padri che vissero in un modo o nell’altro il ’68); la giovane età di tre delle cinque vittime testimoniò invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile.
Da quel momento in poi nelle scuole, nelle università  e nei posti di lavoro nacque la sana abitudine per cui i fascisti non dovessero aprire bocca , non avessero agibilità politica e fossero ridotti ad uscire dalle fogne la mattina per farvi ritorno dopo cena (questa frase l’ho presa da un blogger che ha scritto di questi fatti su wordpress).
Oggi sentire parlare di questi argomenti può far sorridere: nell’attuale clima politico, fatto di bipolarismo, con un’Italia in cui sinistra e destra hanno perso molta dell'identità politica che avevano fino a pochi anni fa, pensare a fascisti contro comunisti può far venire in mente soltanto le vicende di don Camillo e Peppone così come tratteggiate da Guareschi. Ma in quegli anni il clima era completamente diverso, rovente e appassionato come mai è più capitato fino ad ora.
Oggi con questo post voglio soffermarmi sul ruolo che ebbero i poliziotti che si contrapposero ai manifestanti sino a sparargli contro e all’indiscutibile simbolo armato del potere che divennero negli anni a venire e che tutt’ora si portano appresso.
Scrive di questi fatti Gianmarco Calore, poliziotto, sul sito Polizia nella Storia

La paura. Paura politica di perdere la conduzione del Paese; paura di una rapida involuzione a sinistra, con lo spettro dei “comunisti mangiabambini” a turbare i sonni di ministri e parlamentari; paura di perdere il controllo delle piazze, con rigurgiti anarchici e rivoluzionari che – chissà – avrebbero potuto magari disintegrare la neonata democrazia; paura a livello operativo, con le Forze dell'Ordine da un lato ostaggio di un regolamento obsoleto, dall'altro deliberatamente tenute nell'ignoranza più assoluta; paura che i poliziotti si potessero fare una loro idea personale dell'ordine pubblico, se è vero che ad essi veniva perfino vietata la lettura di particolari quotidiani ritenuti troppo faziosi, magari arrivando pure a schierarsi con quella parte d'Italia che si voleva a tutti i costi reprimere.
L'impreparazione. Impreparazione politica nel saper dialogare con le parti sociali, anche le più estreme; impreparazione nel saper valutare i malumori della gente, considerata improvvidamente come un branco di pecore con le quali il pastore doveva usare i suoi cani; impreparazione professionale nell'impiego della forza pubblica, con la mancata adozione di protocolli d'intervento e con la mancata impartizione di ordini chiari e precisi tale da lasciare alla libera iniziativa dei singoli funzionari e ufficiali decisioni che esorbitavano dalle loro competenze. (Gianmarco Calore, Mercoledì 07 Ottobre 2009)

Di diverso parere fu Pasolini che il 30 agosto 1960 scriverà su Vie Nuove (La rivista "Vie Nuove", non sovvenzionata dalla CIA, fondata nel 1946 da Luigi Longo, intendeva accostare le masse ai temi politici della sinistra, presentandosi con il taglio informativo caratteristico del settimanale di attualità)


Si ha l'impressione che si trovino ora di fronte due schiere quasi estranee: la popolazione di una città che protesta contro delle truppe occupanti. I poliziotti che sparano non sembrano nemmeno degli italiani, se questa categoria ha ragione di essere almeno come dato sentimentale. Tra i lavoratori e la polizia c'è un salto di qualità, di nazionalità.
Al tempo di Melissa e di Modena, la polizia non era stata ancora riorganizzata: era stata messa insieme un po' confusamente, era una sezione della "ricostruzione": essa difendeva genericamente un ordine costituito secondo un canone di lotta tradizionale, che la Resistenza aveva alquanto fiaccato. Ora invece la polizia è perfettamente organizzata, per opera di Scelba e di Tambroni: è un corpo ponderoso, deciso, politicamente orientato e cosciente. Inoltre, come documenta un giornalista, non certo marxista sull'Europeo, Renzo Trionfera, esso è direttamente legata al Vaticano.
La polizia italiana, insomma, si configura quasi come l'esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell'Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito?
Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza, a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà: com'è crollata la legge-truffa, com'è crollato il governo Tambroni. Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano. (Dalla rubrica "Dialoghi con Pasolini", Vie Nuove n. 33, a. XV, 20 agosto 1960)

Nessun commento: