mercoledì 5 novembre 2014

True Detective




Rustin – Io mi considero una persona realista, ok? Ma in termini filosofici sono quello che si dice un pessimista.
Hart – Che significa?
Rustin – Che non sono uno spasso alle feste.
Hart – Lascia che te lo dica: non lo sei neanche in altre situazioni.
Rustin – Io penso che la coscienza umana sia stato un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un  aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale.
Hart – Sembra proprio una bella stronzata, Rust.
Rustin – Siamo dei semplici oggetti che si affannano inseguendo l’illusione di avere una coscienza. Quest’accrescimento dell’esperienza sensoriale e dei sentimenti, è programmato per darci l'assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti.
Hart – Non andrei in giro a dire queste stronzate, fossi in te. La gente da queste parti non la pensa così.
Rustin – E io credo che la cosa più onorevole per la nostra specie sia rifiutare la programmazione: smetterla di riprodurci, procedere mano nella mano verso l’estinzione. Un’ultima mezzanotte in cui fratelli e sorelle rinunciano a un trattamento iniquo.
Hart – Allora che senso ha alzarsi dal letto la mattina?
Rustin – Dico a me stesso che sono un testimone. Ma la vera risposta è che sono stato programmato così. E mi manca la disposizione al suicidio.

L’architettura dei loculi

Prima è toccato alla sepoltura dei morti. Ben resto toccherà a quella dei vivi. L’architettura ha assunto linee talmente essenziali da rendere superflua persino la vita all’interno di essa. Sì, linee essenziali, nessun timore di incorrere in un benché minimo decorativismo ma solo una sorta di nudità formale di linee e di spazi. Essenziale, pare essere il leitmotiv di questa generazione. Ma essenziali per che cosa? Per una vita senza distrazioni, senza motivi, senza desideri, senza superfluo, senza piacere. Essenziale. Respirare…forse, aria sempre più malsana. Cibarsi….forse, cibi sempre più sintetici. Cagare….forse, stipsi-dissenziente psico/anale. Scopare….forse, sempre più lontani dagli istinti primordiali. Essenziale, per una esistenza sterile, artificiosa e artificiale. Apparenza di linee pulite per nascondere il marciume che è in noi. Quella che in questi ultimi 100 anni si è andata delineando come purezza della forma sta assumendo i connotati della nostra perfetta gabbia, accettata, osannata e infine agognata. Nessuna imposizione, ma accademica richiesta, vista come necessaria e desiderata proposta della ragione. Il novecento, con le sue alternate vicende e dopo l’abbuffata straziante dell’eclettismo, ha dichiarato fortemente l’estraniazione dell’individuo a ogni forma di grazia e voluttà, prima con l’imposizione autoritaria di un ordine fascista poi con la sobria e responsabile ricostruzione del secondo dopoguerra per finire con la spogliazione totale dei valori riconosciuti incarnati dalle contestazioni giovanili degli anni sessanta. Ovviamente sto riducendo tutto ai minimi termini, all’essenziale appunto, perché l’argomento per essere affrontato con dignità richiederebbe uno studio oltremodo impegnativo sia nella stesura che nella lettura. Ma a parer mio è un bene che nella sua stringata forma se ne prenda coscienza a ragion del fatto che essa ci tocca da vicino. Mi spiego; oggi l’architettura ci propone la massima esposizione della nostra intimità con le sue enormi vetrate, le luci abbaglianti, i contrasti di bianco e nero in ambienti semi spogli. L’individuo all’interno del suo sempre più piccolo spazio vitale, che andrà infine via via assumendo la forma di un loculo, si predispone all’esposizione di se stesso. Non riconosce neppure una mancanza di privacy anzi, si compiace di cotanta attenzione. Sempre più distante uno dall’altro l’uomo moderno trova una rassicurante affermazione all’interno della società nell’esposizione massima della propria intimità. Facebook ne è un’ulteriore esempio. Loculi virtuali senza possibilità alcuna di ornamento, di abbellimento, di personalizzazione, giusto per confermare che siamo tutti uguali, per non creare disparità di approccio. Essenziale spazio destinato all’esibizione, spazi che andrebbero riempiti ma che svelano inesorabilmente il nostro disperato bisogno d’attenzione, conclamata prostituzione dell’insignificante vissuto di tutti noi. Così, nell’illusione di essere una persona, valutata dai “mi piace” e dai commenti al nostro vaneggiare, assume forma sostanziale l’architettura dei loculi a cui saremo destinati ancor da vivi.
Paolina