mercoledì 5 novembre 2014

L’architettura dei loculi

Prima è toccato alla sepoltura dei morti. Ben resto toccherà a quella dei vivi. L’architettura ha assunto linee talmente essenziali da rendere superflua persino la vita all’interno di essa. Sì, linee essenziali, nessun timore di incorrere in un benché minimo decorativismo ma solo una sorta di nudità formale di linee e di spazi. Essenziale, pare essere il leitmotiv di questa generazione. Ma essenziali per che cosa? Per una vita senza distrazioni, senza motivi, senza desideri, senza superfluo, senza piacere. Essenziale. Respirare…forse, aria sempre più malsana. Cibarsi….forse, cibi sempre più sintetici. Cagare….forse, stipsi-dissenziente psico/anale. Scopare….forse, sempre più lontani dagli istinti primordiali. Essenziale, per una esistenza sterile, artificiosa e artificiale. Apparenza di linee pulite per nascondere il marciume che è in noi. Quella che in questi ultimi 100 anni si è andata delineando come purezza della forma sta assumendo i connotati della nostra perfetta gabbia, accettata, osannata e infine agognata. Nessuna imposizione, ma accademica richiesta, vista come necessaria e desiderata proposta della ragione. Il novecento, con le sue alternate vicende e dopo l’abbuffata straziante dell’eclettismo, ha dichiarato fortemente l’estraniazione dell’individuo a ogni forma di grazia e voluttà, prima con l’imposizione autoritaria di un ordine fascista poi con la sobria e responsabile ricostruzione del secondo dopoguerra per finire con la spogliazione totale dei valori riconosciuti incarnati dalle contestazioni giovanili degli anni sessanta. Ovviamente sto riducendo tutto ai minimi termini, all’essenziale appunto, perché l’argomento per essere affrontato con dignità richiederebbe uno studio oltremodo impegnativo sia nella stesura che nella lettura. Ma a parer mio è un bene che nella sua stringata forma se ne prenda coscienza a ragion del fatto che essa ci tocca da vicino. Mi spiego; oggi l’architettura ci propone la massima esposizione della nostra intimità con le sue enormi vetrate, le luci abbaglianti, i contrasti di bianco e nero in ambienti semi spogli. L’individuo all’interno del suo sempre più piccolo spazio vitale, che andrà infine via via assumendo la forma di un loculo, si predispone all’esposizione di se stesso. Non riconosce neppure una mancanza di privacy anzi, si compiace di cotanta attenzione. Sempre più distante uno dall’altro l’uomo moderno trova una rassicurante affermazione all’interno della società nell’esposizione massima della propria intimità. Facebook ne è un’ulteriore esempio. Loculi virtuali senza possibilità alcuna di ornamento, di abbellimento, di personalizzazione, giusto per confermare che siamo tutti uguali, per non creare disparità di approccio. Essenziale spazio destinato all’esibizione, spazi che andrebbero riempiti ma che svelano inesorabilmente il nostro disperato bisogno d’attenzione, conclamata prostituzione dell’insignificante vissuto di tutti noi. Così, nell’illusione di essere una persona, valutata dai “mi piace” e dai commenti al nostro vaneggiare, assume forma sostanziale l’architettura dei loculi a cui saremo destinati ancor da vivi.
Paolina


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